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lunedì, agosto 11, 2008
Conoscete Heberto Padilla? In Italia non è mai stato pubblicato. Vale la pena approfondire sui testi spagnoli, credetemi...
POÉTICA
Di la verdad.
Di, al menos, tu verdad.
Y después
deja que cualquier cosa ocurra:
que te rompan la página querida,
que te tumben a pedradas la puerta,
que la gente
se amontone delante de tu cuerpo
como si fueras
un prodigio o un muerto
POETICA
Dì la verità
Dì, almeno, la tua verità.
E poi
lascia che succeda qualsiasi cosa:
che ti strappino la pagina preferita,
che ti abbattano la porta a colpi di pietra,
che la gente
si accalchi davanti al tuo corpo
come se tu fossi
un prodigio o un morto
(da Fuori del gioco, 1968)
mercoledì, luglio 23, 2008
Ciber mutilados
dal Blog di Yoani Sánchez – Generación Y
21 luglio 2008
Todo ese tema de la ciudadanía representada en Internet que desarrolla proyectos por su cuenta, nos queda demasiado grande a los cubanos. Sin haber llegado a ser todavía ciudadanos en la realidad, se nos hace difícil comportarnos como tales en la red. En este caso no vale aquello de saltarnos etapas, como lo hicimos con las videocaseteras (que nunca se vendieron en las tiendas cubanas), las grabadoras de cinta y prácticamente los floppy de 5¼”, sino que tendremos que graduarnos de civismo, antes, en la realidad.
A ver si logro entender la lógica torcida de nuestro espacio virtual: “un ciudadano cubano no puede comprar su propio dominio web y alojarlo en un servidor local, pero es acusado cuando logra hospedar su sitio en otro país”; “los blogger oficiales reflejan la realidad, pero nosotros los alternativos somos marionetas de algún poder extranjero…”; “Internet es un terreno para una llamada batalla de ideas, de la que nadie puede enumerar al menos un principio que no sea la intolerancia…”; en fin, además de mutilados en nuestra sociedad, hemos entrado a Internet con varios pedazos de menos.
A este paso, en la red ocurrirá lo mismo que muestran nuestras calles: gente que en un primer momento –y ante las cámaras y micrófonos- exhiben un entusiasmo y una fidelidad ideológica que es pura “espuma”. De ahí que en Internet nos ponemos folclóricos y ecologistas; nos da por las bolsas de trabajo, los anuncios clasificados o la música gratis, pero cuidado con emitir opiniones. En la www hay que tener las mismas máscaras que llevamos colgadas en nuestra vida. Lo de tener ciber-derechos tendrá que esperar, a ver si va y un día nos da por empezar a hacernos, al menos, ciudadanos.
Cibermutilati
La questione della cittadinanza rappresentata su Internet che sviluppa progetti per conto proprio, risulta eccessiva per noi cubani. Senza essere riusciti a diventare cittadini nella realtà, è difficile comportarci come tali nella rete. In questo caso non serve il fatto di saltare le tappe, come è successo con le videocassette (che non sono mai state vendute nei negozi cubani), i registratori di pellicole e praticamente i floppy da 5¼, ma soprattutto dovremo laurearci in civismo, prima, nella realtà.
Vediamo se riesco a comprendere la logica contorta del nostro spazio virtuale: “un cittadino cubano non può comprare il suo dominio web e alloggiarlo in un server locale, ma è accusato quando riesce a far ospitare il suo sito in un altro paese”; “i blogger ufficiali riflettono la realtà, mentre noi alternativi siamo marionette al servizio di qualche potere straniero…”; “Internet è un terreno per una così detta battaglia di idee, della quale nessuno può enumerare almeno un principio che non sia l’intolleranza…”; alla fine, oltre ai mutilati nella nostra società, abbiamo avuto accesso a Internet con vari pezzi in meno.
Di questo passo, sulla rete accadrà la stessa cosa che mostrano le nostre strade: persone che in un primo momento - davanti alle telecamere e ai microfoni - esibiscono un entusiasmo e una fedeltà ideologica che è pura. “schiuma”. Per questo su Internet diventiamo folcloristici ed ecologisti; ci serve per gli uffici di collocamento, gli avvisi pubblicitari o la musica gratuita, però attenzione a esprimere opinioni. Nella rete dobbiamo avere le stesse maschere che portiamo addosso nella nostra vita. I ciber - diritti dovranno attendere, ma per prima cosa dobbiamo cominciare a esigere di essere trattati, almeno, come cittadini.
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Nota del traduttore: In questo brano di Yoani una parte presenta difficoltà di resa nella nostra lingua. Si tratta della frase finale: Lo de tener ciber-derechos tendrá que esperar, a ver si va y un día nos da por empezar a hacernos, al menos, ciudadanos. Ho tradotto in modo molto libero: I ciber - diritti dovranno attendere, ma per prima cosa dobbiamo cominciare a esigere di essere trattati, almeno, come cittadini. Ringrazio Carlos Carralero, scrittore cubano esiliato in Italia, che mi ha aiutato a interpretare il senso aggiungendo il suo pensiero che riporto fedelmente. “L’idea o il messaggio non va indirizzato solo al governo, ma anche ai cittadini, perche capiscano che devono lottare per far valere il diritto a essere, un giorno, trattati come cittadini. Vale a dire: il cubano deve guadagnarsi il diritto a diventare cittadino. Fino a oggi non è un cittadino, ma parte della massa” (Carlos Carralero).
INAUGURATA LA VERSIONE ITALIANA DEL BLOG GENERACIÓN Y
di YOANI SÁNCHEZ
a cura di Gordiano Lupi
http://desdecuba.com/generaciony_it/
Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
Amministrazione tecnica di Sacha Naspini – www.sachanaspini.eu
In italiano news da Cuba e post di Yoani anche su www.tellusfolio.it - Oblò cubano
http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=65&color=blue
PER SCOPRIRE Yoani Sánchez
eroica blogger cubana
postato da gordiano |
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martedì, luglio 01, 2008
INAUGURATA LA VERSIONE ITALIANA DEL BLOG GENERACIÓN Y
di YOANI SÁNCHEZ
a cura di Gordiano Lupi
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Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi
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PER SCOPRIRE Yoani Sánchez
eroica blogger cubana
CI VEDIAMO LA'...
Gordiano Lupi
sabato, maggio 10, 2008
Yoani Sánchez – dal Blog Generacion Y
10 maggio 2008
Tengo veinte minutos para llegar del Parque Central hasta una pequeña Galería –cercana a la Plaza Vieja- donde un amigo expone sus cuadros. Si intento seguir a pie me perderé la parte del discurso inaugural y el pintor naif no me lo perdonará. Capturo un bicitaxi y le ofrezco diez pesos porque vaya a toda rueda. El ciclista me mira alegrándose de las pocas libras que tendrá que cargar y tararea un reggaetón que dice “le gusta el bate a la mujer del pelotero, le gusta la carne a la mujer del carnicero… y la del bombero me está pidiendo fuego…”.
Ya estamos en marcha y durante el trayecto me siento como una estirada señorona subida en palanquín. Aligero mi culpa pensando que si no fuera yo, el pobre chofer habría tenido que cargar un par de gordos que también le hacían señas. No he salido del remordimiento cuando éste desatiende el timón y me pregunta: “¿Eres de La Habana?”. Confirmo mi origen citadino y con ojos codiciosos me dice “Yo soy de Guantánamo. Estoy buscando alguien que se case conmigo para que me ponga en el registro del carné de identidad. ¿Estás soltera?”
Lo directo de la propuesta me deja abrumada. Quiero explicarle que ya tengo pareja, que no poseo una propiedad donde inscribirlo y salvarlo de la deportación. Se me ocurre aclararle que mi barrio está muy próximo a esa torre -en forma de pirulí truncado- donde se alberga el poder, lo cual hace extremadamente complicado domiciliar una nueva persona. Todos los argumentos para negarme a tan súbito pedido de matrimonio se los resumo en uno breve “No puedo”.
El hombre me mira como si lo estuviera condenando al centro de retención de “ilegales” por el que ya ha pasado. El mismo sitio de donde salen ómnibus cada semana para extraditar, junto a un acta de advertencia, a los que están “sin papeles” en La Habana. Su mirada me hace sentir culpable de haber nacido en esta ciudad achacosa y exclusiva, coqueta con el turismo internacional y ceñuda con los compatriotas de otras provincias.
Estoy a punto de cambiar de idea y casarme con él, pero llegamos al lugar de la exposición y mi amigo el pintor me salva del anillo de bodas.
La capitale di tutti? I cubani
Ho venti minuti per arrivare al Parque Central fino a una piccola galleria - vicina alla Plaza Vieja - dove un mio amico espone alcuni suoi quadri. Se voglio proseguire a piedi perderò la parte inaugurale del discorso e il pittore naif non me lo perdonerebbe mai. Catturo un bicitaxi e gli offro dieci pesos perché vada a tutta velocità. Il ciclista mi guarda rallegrandosi delle poche libbre che dovrà trasportare e canticchia un reggaetón che fa “le piace la mazza alla moglie del battitore, le piace la carne alla donna del macellaio… e quella del pompiere mi sta chiedendo fuco…”.
Siamo già in marcia e durante il tragitto mi sento come una superba signora alzata sopra una portantina. Alleggerisco la mia colpa pensando che se non fossi stata io, il povero autista avrebbe dovuto caricare un paio di grassoni che anche loro gli facevano cenni. Non sono ancora uscita dal rimorso quando l’autista trascura il timone e mi chiede: “Sei dell’Avana?”. Confermo le mie origini cittadine e lui con occhi bramosi mi dice: “Io sono di Guantánamo. Sto cercando qualcuno che si sposi con me, perché mi inserisca nel registro della carta di identità. Sei nubile?”.
Una proposta così diretta mi lascia imbarazzata. Voglio spiegargli che ho già un compagno, che non possiedo una proprietà dove poterlo iscrivere e salvarlo dalla deportazione. Devo chiarirgli che il mio quartiere è troppo vicino a quella torre - in forma di cono rovesciato troncato - dove risiede il potere, che rende estremamente complicato domiciliare una nuova persona. Tutti gli argomenti per negarmi a una tale repentina proposta di matrimonio li riassumo in un conciso “Non posso”.
L’uomo mi guarda come se lo stessi condannando al centro di ritenzione degli “illegali” dal quale è già passato. Lo stesso luogo da dove escono autobus ogni settimana per estradare, insieme a un atto di avvertenza, coloro che sono “senza documenti” all’Avana. Il suo sguardo mi fa sentire colpevole di essere nata in questa città malaticcia ed esclusiva, civetta con il turismo internazionale e accigliata con i compatrioti di altre province.
Sono sul punto di cambiare idea e sposarmi con lui, però siamo arrivati al luogo della esposizione e il mio amico pittore mi salva dall’anello di matrimonio.
Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi
giovedì, maggio 08, 2008
Mi occupo poco di questo blog, ma vorrei che servisse da cassa di risonanza per un problema importante, quello della libertà di Cuba. Nei limiti del mio tempo, cercherò di tradurre in italiano quello che scrive la coraggiosa blogger Yoani Sanchez.
Gordiano Lupi
Dal Blog di Yoani Sanchez
http://www.desdecuba.com/generaciony/
7 maggio 2008
Como si fuera poco, ayer me han dado un nuevo galardón. El que he recibido lleva un titulo de película del sábado: “la blogger cautiva” y consiste en no dejarme viajar a Madrid para la ceremonia del premio Ortega y Gasset. Los que me lo otorgaron no han querido dar su nombre y su apellido, aunque en este Blog hemos llegado a mencionarlos como “ellos”. Son esos que, desde un uniforme militar, manejan nuestros derechos ciudadanos y no dan explicaciones sino que imparten órdenes.
No creía merecer tantas atenciones, pero si los funcionarios insisten, acepto esta nueva distinción. Olvidan ellos que en el ciberespacio mi voz puede viajar sin límites, salir y entrar sin pedir permiso… No importa si mantienen retenido mi pasaporte. Desde hace un año tengo otro que en el acápite de nacionalidad exhibe una breve palabra: “blogger”.
Come se fosse poco ieri mi hanno dato un nuovo premio. Quello che ho ricevuto porta un titolo da pellicola del sabato: “la blogger prigioniera” e consiste nel non lasciarmi andare a Madrid per la cerimonia del premio “Ortega y Gasset”. Quelli che me lo consegnarono hanno voluto dare il loro nome e cognome, anche se in questo blog siamo arrivati a menzionarli come “loro”. Sono quelli che, dietro un’uniforme militare, maneggiano i nostri diritti di cittadini e non danno spiegazioni ma impartiscono ordini.
Non credevo di meritare tanta attenzione, però se i funzionari insistono, accetto questa nuova distinzione. Loro dimenticano che nel cyberspazio la mia voce può viaggiare senza limiti, uscire ed entrare senza chiedere permesso… Non importa se trattengono il mio passaporto. Tra un anno ne avrò un altro che porterà scritto come nazionalità una breve parola: “blogger”.
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
domenica, gennaio 27, 2008
ANDIAMO A VOTARE
Ma come sono contento ragazzi. Oggi si vota. Otto milioni di cubani alle urne, mica cazzi. Questa sì che è democrazia, mica le baggianate occidentali con tutte quelle liste. È già tutto pronto. Facciamo poca fatica. Eleggiamo deputati al Parlamento e delegati delle assemblee provinciali. Per l’Assemblea nazionale ancora più facile. Ci danno una scheda con i nomi di tanti candidati quanti sono i posti disponibili e noi si dice sì. Tutto fatto. Fidel Castro e il fratello Raul non possono mancare. Dice che li hanno proposti dalla provincia di Santiago de Cuba. Tu guarda i casi della vita. È dal 1976 che rieleggiamo Fidel Castro a maggioranza assoluta come membro del Parlamento. E mica basta. Lo nominiamo pure Presidente del Consiglio di Stato e del Consiglio dei ministri. Questa è vera democrazia plebiscitaria, altro che laburisti, conservatori, democratici, repubblicani. Eccheccazzo! Un po’ di disciplina. E soprattutto poca confusione. Certo, Fidel mica è quello di prima. Non parla, scrive soltanto, sono mesi che non si vede, però lo vedono gli altri, pure Chávez lo vede, adesso anche Lula. E allora sarà vero che è vivo, penso. Meglio così. In fondo quel ragazzino di Raul mica è pronto a comandare, per fortuna che legge le riflessioni di Fidel sul Granma. A Raul garba parecchio la Cina e pure il Vietnam, mi sa che qualcosa cambia, prima o poi. Stiamo a vedere. Tanto sono quasi cinquant’anni che non cambia niente. Ci siamo abituati.
Castro è lucido come ai tempi migliori e presto riprenderà la responsabilità politica nell’isola, nella storia, e nell’attuale mondo globalizzato, dice Lula. Tu pensassi al Brasile mica sarebbe male, penso. Fidel dice di non essere aggrappato al potere e allora penso che ci siamo sbagliati, chissà in questi ultimi cinquant’anni a cos’era rimasto aggrappato. Forse al nostro spirito di sopportazione.
E insomma, intanto andiamo a votare, ché le nostre sono elezioni libere, voi non lo sapete ma qui si vota davvero, pure se mica è obbligatorio. Vota il novantacinque per cento della popolazione, cazzo. Tutto spontaneo. Tu puoi pure non andare a votare, ché loro ti schedano, ma non lo fanno per cattiveria, no, solo per ricordarsi di te che quella volta lì non hai votato. Mica per altro, non siamo in occidente, siamo democratici davvero e ci teniamo che tutti votino. I candidati sono scelti dal popolo per alzata di mano durante le Assemblee di quartiere, volontari puri, gente disinteressata che non guadagna un peso per occuparsi dei nostri problemi. E poi Fidel Castro l’ha scritto chiaro: “Per il bene di Cuba bisogna dare un voto unito, accettando in blocco tutti i candidati proposti nella scheda”.
Chiarezza ci vuole. Leggo sul Granma che l’unione ci dà la forza, un popolo unito è oggi un’eccezione nel mondo, quello che ha liquidato le rivoluzioni fu la divisione, è stata l’unione quello che ci ha fatto trionfare…Io mica me ne sono accorto di tutti questi trionfi, ma se lo dicono sarà vero, magari tra un trionfo e l’altro se mi riempissero la ciotola del riso non sarebbe male, ché anche ieri sera la vedevo vuota e i soldi del libro dall’Italia non arrivano…
E intanto diamolo questo voto unito per tutti i candidati, facciamoli contenti che in fondo costa poco, difendiamola questa rivoluzione, scusate solo se non la scrivo maiuscola, non mi viene bene. Tanto tanto avessero a far peggio, diceva mio nonno, pace all’anima sua.
Alejandro Torreguitart, 20 gennaio 2008
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, 1979) scrive poesie e racconti per la rivista El Barrio, è poeta repentista e cantautore. Suona in un gruppo rock chiamato Esperanza. Ha esordito in Italia con Machi di carta - confessioni di un omosessuale (Stampa Alternativa, 2003) che ha avuto un buon successo di critica e di pubblico. A gennaio 2004 ha pubblicato il romanzo breve La Marina del mio passato (Edizioni Nonsoloparole - Napoli) e a maggio 2005 il romanzo di ampio respiro Vita da jinetera (Il Foglio - Piombino) sul mondo della prostituzione. A giugno 2007 ha pubblicato Cuba particolar - Sesso all’Avana (Stanpa Alternativa), storia di vita quotidiana nella Cuba del periodo speciale tra jineterismo e arte di arrangiarsi. Sono in attesa di pubblicazione: Bozzetti avaneri, una raccolta di racconti che non sono racconti e Mr. Hyde all’Avana, un romanzo fantastico con implicazioni politiche. Alcuni suoi racconti di impronta politico-esistenziale sono stati pubblicati da quotidiani e riviste. Tra questi: Il Tirreno, Il Messaggero, La Comune, Container, Progetto Babele, Il Filo, L’Ostile, Happy Boys. Gordiano Lupi è il traduttore e il titolare per lo sfruttamento dei diritti sulle sue opere in Italia e per l’Europa.
Sito internet: www.infol.it/lupi
mercoledì, novembre 21, 2007
POR QUÉ NO TE CALLAS?
Che spettacolo in televisione, ragazzi! Meglio dei cartoni animati di Elpidio Valdés…Meo Porcello rosso in viso che vuota il sacco e dà del fascista a tutti, Zapatero compreso. Juan Carlos perde le staffe e getta sul tavolo quel por qué no te callas? che fa il giro del mondo, lo vediamo persino noi, senza parabolica illegale, lo trasmette anche Cubavision ed è tutto dire. E poi oggi arriva Fidel e difende Meo Porcello, ché Zapatero manca di palle, attributi, roba da uomini, insomma, mica per niente fa sposare i froci. Fidel parla di spina dorsale, ma si sa che la spina dorsale del macho passa per i coglioni, ormai è un discorso vecchio. Il summit di Santiago diventa la cosa più comica trasmessa da Cubavision dai tempi di Pateando la lata, mi sembra di vedere quella strampalata coppia comica che mi piaceva tanto quando si rimbeccava a colpi di como se te occurre …
Juan Carlos, invece, si comporta proprio male. Non sembra neppure un re. Meo Porcello rompe gli argini come un fiume in piena, tracima a colpi di fascista, ce ne sono per tutti. Passi per Aznar, ma pure Zapatero, via… E allora Juan Carlos si scorda il sangue Borbone, mette da parte la flemma aristocratica e la butta giù dura.
È andata bene, ragazzi. Il re si controlla, resta sul diplomatico, si ricorda del sangue blu e non grida statte zitto, cretino!, ché lui pensa proprio quello, mica por qué no te callas?.
Fidel aggiunge che Meo Porcello merita rispetto, è un capo di stato nobile e intelligente, abile nelle parole, non per niente impara tutto da lui, registra i discorsi, li manda a memoria e alla prima occasione dà la via al pappagallo. Ragazzi, voi mica lo so come la pensate, Meo Porcello sarà pure intelligente, ma mica lo dà tanto a vedere, c’avrà le doti nascoste, credo. Nobile mica lo so, ma tra lui e Juan Carlos mi pare che vada meglio al vecchio Borbone, anche solo dall’apparenza. Chiacchierone invece va bene, ché Meo Porcello parla parecchio, anche a vanvera, mi pare. E allora diciamolo pure che noi cubani s’aspettava da tanto uno che gli dicesse di chiudere la bocca, di pensare prima di parlare, di avviare il cervello prima di mettere in moto le parole. Bravo Juan Carlos. Mi sei proprio piaciuto. Quasi quasi divento monarchico.
Alejandro Torreguitart Ruiz, 16 novembre 2007
Traduzione di Gordiano Lupi
martedì, ottobre 30, 2007
Bestiole ingabbiate e luride di merda
Ho seguito Günter Grass
per tutta la città.
Restavo in silenzio
appoggiato su qualche cantone
ad ascoltare.
Qualcuno gli ha chiesto dell’Avana
e il tipo ha detto: “Mi ricorda Calcutta.
Ho perso la parola davanti a tanta povertà e miseria. Laggiù
nei primi mesi non riuscivo a scrivere”.
Anch’io ho perso la parola ascoltandolo.
Mi ha steso KO
e sono tornato nel mio quartiere.
Non c’era nemmeno un goccio di rum
per riprendermi.
Vado un po’ a zonzo
cercando qualcosa da mangiare
mi metto in coda
per due cucchiaiate di tritato di soia
a volte mi provoca diarrea
ma non c’è altro.
Siamo in fila
e arrivano dei tizi con magliette dell’UCLA
e macchine fotografiche professionali.
Eravamo un buon boccone
magri e denutriti.
Cerco di nascondere il volto
ma quel cornuto del fotografo è molto bravo
(e per di più ha rollini in abbondanza)
e scatta a raffica.
Mi si stringe il culo per la vergogna
e ricordo che io facevo lo stesso
nelle favelas di São Paulo
e negli immondezzai di Bogotà
e nei miseri mercatini del Guatemala.
La gente sottraeva il volto
E io non capivo perché.
Pedro Juan Gutiérrez da Non aver paura Lulù - Traduzione di Danilo Manera - Edizioni Estemporanee, 2006
venerdì, ottobre 12, 2007
Lejos de la patria has conocido a una mujer
por Félix Luis Viera
Lejos de la patria has conocido a una mujer
que tiene una pecera
y que en las noches se arrulla con el viento lunar.
Ella te salvó del frío y de la constante, inmensurable soledad
en la inmensa ciudad donde nadie te amaba.
Tú estabas lejos de la patria
o mejor dicho tú en ti habías extraviado la patria
y los senos de esta mujer te hicieron encontrarla,
los jugos de su interior te dieron las franjas
de las banderas de tu patria que habías extraviado.
Ella bajaba cuatro pisos para verte
en los amaneceres donde tú no te hallabas el lugar de la boca
y te amaba creo que como se ama
un espectáculo largo tiempo admirado y pretendido,
su sexo se asemejaba al pastel que quisiste
cuando niño:
era tierno y crujiente y parecía recién sacado
de un horno tibio,
su vientre se parecía a la patria
porque uno no quisiera abandonar su calidez,
una mujer morena cuyos ojos eran los más temibles retadores de la noche.
Sus senos debieron ser esculpidos por aquel que supo
sembrar el néctar en la piedra.
Tu chupabas sus senos como si fueran
la última baraja marcada.
Ella te sacaba todos tus jugos
y el tintineo de su voz
te hizo asegurar
que algún día los hombres se amarían
de modo que la patria comenzara en un prado
y terminase en las piernas de una mujer
y en las manos de un hombre sobre esas piernas.
Era morena y furtiva en las mañanas y antes de llegar a ti
ya su sexo había probado el rocío.
Tu supiste que sus nalgas habían sido tocadas por Cristo
y por eso jamás morirían.
Era morena como el sol que cae tras las montañas
en la enorme Ciudad.
México, DF, agosto de 1995
Del poemario inédito La patria es una naranja
Lontani dalla patria hai conosciuto una donna
di Félix Luis Viera
Lontani dalla patria hai conosciuto una donna
che possiede un acquario
e che di notte si culla con il vento lunare.
Lei ti salvò dal freddo e dalla costante, incommensurabile solitudine
nella immensa città dove nessuno ti amava.
Tu eri lontano dalla patria,
o per meglio dire avevi smarrito la patria
e i seni di questa donna te la fecero trovare,
i suoi intimi umori ti dettero gli ornamenti
delle bandiere della tua patria che avevi smarrito.
Lei scendeva quattro piani per vederti
nelle albe dove tu non trovavi il luogo della bocca
e credo che ti amasse come si ama
uno spettacolo per lungo tempo ammirato e preteso,
il suo sesso somigliava alla torta che desideravi
quando eri bambino:
era tenero e croccante e sembrava appena tolto
da un forno tiepido,
il suo ventre somigliava alla patria
perchè non avresti mai voluto abbandonare il suo calore,
una donna bruna con gli occhi che erano i più temibili sfidanti della notte.
I suoi seni dovettero essere scolpiti da colui che ha saputo
seminare il nettare nella pietra.
Tu succhiavi i suoi seni come se fossero
l’ultimo mazzo di carte segnato.
Lei ti toglieva tutti i tuoi umori
e il tintinnio della sua voce
ti ha fatto capire
che un giorno gli uomini si ameranno
in modo tale che la patria comincerà in un prato
e terminerà tra le gambe di una donna
e nelle mani di un uomo sopra queste gambe.
Era bruna e furtiva nelle mattine e prima di arrivare da te
già il suo sesso aveva assaggiato la rugiada.
Tu hai saputo che le sue natiche erano state toccate da Cristo
e per questo non moriranno mai.
Era bruna come il sole che cade tra le montagne
nella immensa città.
Messico, DF, agosto 1995
Tratta dalla raccolta inedita La patria è un’arancia
(Traduzione di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi)
mercoledì, ottobre 10, 2007
VENERDI' 5 ottobre a PONTEDERA, nel quadro della manifestazione L'ERA DEI LIBRI, al Bar L'Angolo in Corso G. Matteotti, abbiamo fatto una cosa carina, per me nuova. Una presentazione reading intitolata "Marsiglia e L'Avana: luoghi dell'anima per due scrittori". (Francesca Mazzucato, Magnificat Marsigliese, Edizioni Creativa - Gordiano Lupi, Orrori tropicali, Edizioni Il Foglio). L'Avana e Marsiglia sono state analizzate e rivisitate nella lettura di due scritori italiani. Due autori e i loro luoghi dell'anima ripercorsi attraverso i libri. Profumi, contrasti, colori e atmosfere di Marsiglia e L'Avana. C'è stato un bel confronto e dialogo con il pubblico su città, letteratura e nostalgia. Abbiamo presentato la nuova collana diretta da Francesca Mazzucato per le Edizioni Il Foglio, che partirà nel corso del 2008. "Taccuini di viaggio insoliti, obliqui e sentimentali. Testi su città e paesi luogo dell'anima".
giovedì, settembre 20, 2007
La sanità cubana è la migliore del mondo…
Tutto vero, però solo se sei straniero e con parecchi soldi in tasca
Per i cubani vale la regola della carne da macello
Meno male che non sono andato a vedere l’ultimo film di Michael Moore. Ho letto tante recensioni entusiaste e magari la pellicola dirà pure cose giuste, tipo la sanità statunitense fa proprio pena, se non hai denaro non ti muovi, nessuno ti cura e il povero cittadino vale meno di niente. Certo, tutto vero. Non sono andato a vedere il film perché ho letto che Moore prende la sanità cubana come metro di paragone per far capire ciò che non funziona nel suo Paese. Peggiore operazione di demagogia non la poteva fare, solo per strizzare l’occhio alla sinistra più becera e populista. La sanità cubana funziona alla perfezione, ma è proprio come quella statunitense: se hai soldi (e sei straniero) ti curano, ti disintossicano dalla droga, ti fanno anche operazioni estetiche in una stupenda clinica dell’Avana che si chiama Cira García. Se non hai una lira (e sei cubano), ti guardano appena, se hai bisogno di cure ti internano in un ospedale per poveracci, sudicio, senza ventilatori con quaranta gradi all’ombra e privo di attrezzature. Ti tengono dentro un po’ di giorni, poi ti rimandano a casa con una bella ricetta e il consiglio di trovare pesos convertibili (dollari o euro, per chi non conosce la lingua monetaria cubana) per comprare le medicine, ché nelle farmacie cubane non si trovano. Dico questo perché mi trovo a stretto contatto con la meravigliosa sanità cubana, non sono come il signor Moore che va a Cuba in gita di piacere e dopo parla bene di Castro. Vi racconto una storia personale. Forse parlare di casi concreti aiuta più che fare demagogia, magari qualcuno comprende e separa il grano dalla crusca.
Oggi telefona una cugina di mia moglie che vive in Italia, dice che ha parlato con la famiglia a Cuba, aggiunge che la madre di mia moglie ha avuto un principio di peritonite e l’hanno ricoverata d’urgenza in un ospedale per poveri dalle parti di Guanabacoa. Ha rischiato grosso, ma dopo un paio di giorni, visto che non correva pericolo di vita, l’hanno dimessa con una prescrizione medica. Mia suocera deve prendere un medicinale importante per la salute, ma si dà il caso che questo farmaco nelle farmacie per cubani non si trova. Pare che lo vendano solo nelle farmacie internazionali e che vada pagato in divisa, alla modica cifra di 20 pesos convertibili (circa 20 euro). Per noi italiani sembra una cifra irrisoria, ma si dà il caso che mia suocera riscuote una pensione pari a 40 pesos cubani mensili (circa 2 euro). Non si può permettere di comprare una medicina tanto costosa. Per fortuna che è una privilegiata, ha una figlia in Italia che può inviare denaro e magari in un secondo tempo pure le medicine. Mia suocera ha un’altra figlia che vive a Cuba, ma pure lei riscuote uno stipendio statale che si aggira intorno ai 5 euro mensili. Non può spenderne 20 per una medicina e l’unica soluzione praticabile sarebbe quella di prostituirsi con uno straniero per salvare la vita alla madre. Ho provato la stessa sofferenza quando è morto di cancro il nonno di mia moglie e anche allora il meraviglioso sistema sanitario cubano non aveva antidolorifici da somministrare. Sono stato io a sopperire a queste mancanze e a inviare scorte di medicinali ogni volta che potevo. Vorrei che certi comunisti d’accatto provassero certe esperienze prima di continuare a sostenere Fidel Castro. Vorrei anche che il Presidente della Camera dei Deputati si vergognasse per aver fatto gli auguri a un dittatore in occasione del suo compleanno. Bertinotti si definisce comunista, ma non sa niente della povertà e della sofferenza dei cubani che lottano per sopravvivere, altrimenti non scriverebbe a un dittatore che affama il suo popolo.
Il sistema sanitario cubano non è migliore di quello statunitense, perchè funziona solo per gli stranieri e non si preoccupa di realizzare una rete di cura, prevenzione e sicurezza sociale per tutto il popolo. Le cose vanno bene solo per chi possiede dollari, pesos convertibili, divisa internazionale, altrimenti sei soltanto carne da macello.
Gordiano Lupi
Sito internet: www.infol.it/lupi
Blog: www.quasiquasifaccio.splinder.com
Cinema anni Settanta: http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=84&color=maroon
Oblò cubano: http://www.tellusfolio.it/index.php?lev=65&color=blue
Commento alle opere edite a cura di G. Franchi: http://www.lankelot.eu/?p=1754
Tutti i libri di Gordiano Lupi su Cuba, i romanzi di ambientazione caraibica e i romanzi di Alejandro Torreguitart sono conservati presso UNIVERSITY OF MIAMI - CUBAN HERITAGE COLLECTION - c.a. Esperanza Bravo de Varona - Otto G. Richter Library - P.O. Box 248214 - Coral Gables - FL 33124 - 0320 - Phone 305 - 284 - 4900 - Fax 305 - 284 - 4901
Pezzo comparso anche su: www.tellusfolio.it - www.e ibmagazine.eu - www.i.lpungolo.it
venerdì, agosto 24, 2007
CARO BERTINOTTI, QUESTA SE LA POTEVA PROPRIO RISPARMIARE…
Leggo su internet un messaggio del Presidente della Camera dei Deputati, on. Fausto Bertinotti e non credo alle parole che scorrono sullo schermo, forse è uno scherzo di Carnevale, visto che a Cuba non è ancora finito.
Caro Presidente, un anniversario importante è l’occasione per gli auguri da parte di chi ha vissuto i lunghi anni della Sua importante presenza nel mondo, presenza congiunta al cammino della rivoluzione cubana. Nessuno dei dissensi che abbiamo lealmente espresso può cancellare le speranze e le emozioni che hanno suscitato nella mia generazione e nel mio paese le donne e gli uomini della Sierra Maestra. Poi Cuba ha camminato con le sue gambe e ha interpretato, insieme a Lei, l’orgoglio di un popolo e di un’isola che vuole vivere la sua indipendenza e decidere autonomamente del suo futuro e del suo destino in un mondo di pace. Buona fortuna a Lei e al Suo Popolo, Presidente. Lunga vita, caro Comandante, un abbraccio e auguri per la Sua salute.
Queste le sconcertanti parole di Bertinotti, un Presidente di una Camera dei Deputati legalmente eletta dal popolo che scrive a un dittatore che dal 1959 governa Cuba facendo il bello e il cattivo tempo, senza curarsi di indire nuove elezioni, ma restando al potere senza alcuna legittimazione. Ma lo sa Bertinotti che Cuba è il paese al mondo che produce il maggior numero di esuli per motivi politici? Ma lo sa Bertinotti che neppure dal Cile di Pinochet scappava tanta gente? Pare proprio di no, perché gli auguri del Presidente della Camera dei Deputati non si limitano alla festa di compleanno e alla speranza di buona salute, ma vanno ben oltre. Si parla di importante presenza nel mondo congiunta al cammino della Rivoluzione Cubana. Ma lo sa Bertinotti che un po’ di tempo fa, se fosse stato per Castro, sarebbe scoppiata la Terza Guerra Mondiale?
Nessuno nega che gli uomini della Sierra Maestra abbiano suscitato emozioni e speranze in tutti noi, ma analizziamo la storia e rendiamoci conto di quanti ex rivoluzionari hanno dovuto subire un ingiusto esilio. Huber Matos fu uno dei primi. Carlos Franqui è ancora uno di loro, scrive articoli e libri nei quali condanna il castrismo come una delle tante forme di caudillismo latinoamericano. Haidé Santamaria si è suicidata per la disillusione rivoluzionaria e perché non condivideva la svolta autoritaria del castrismo. Per tutta risposta il regime l’ha condannata alla scomparsa da tutti i libri di storia cubana, come si sono dissolti nel nulla Franqui, Matos e molti scrittori cubani dissidenti. Ma lo sa Bertinotti che a Cuba ci sono centinaia di prigionieri politici in carcere solo per aver espresso opinioni diverse da quelle del regime? Cuba ha camminato con le sue gambe e ha interpretato l’orgoglio di un popolo che vuole vivere la sua indipendenza… ma ci rendiamo conto delle assurdità affermate dal Presidente della Camera dei Deputati? Da quando in qua una dittatura, uno Stato di polizia, interpreta l’orgoglio e il sentimento del popolo? Non mi sono mai vergognato così tanto di essere italiano, neppure quando l’onorevole Silvio Berlusconi ci faceva fare magre figure internazionali ovunque andava. Caro Bertinotti, questa lettera di auguri se la poteva risparmiare, anche in considerazione di un ruolo che dovrebbe rappresentare l’unità nazionale. Non possiamo sentirci rappresentati da un uomo politico che glorifica un dittatore. Credo che lei non abbia mai letto Cabrera Infante, ma la invito a ponderare le pagine di Mea Cuba dove il grande scrittore cubano chiede che la storia giudichi i fiancheggiatori della dittatura castrista come complici di un governo liberticida che ha prodotto milioni di esuli. La storia non assolverà Castro, mi creda, ma non sarà tenera neppure con chi rende vita facile a un dittatore che ha obbligato gran parte del suo popolo a vivere in esilio.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
giovedì, agosto 16, 2007
La redazione de GR ha fatto anche un ottimo servizio sulla situazione politico - economica cubana.
Gordiano
martedì, luglio 31, 2007
Da Alejandro Torrreguitart
autore di CUBA PARTICULAR - Sesso all'Avana
(Stampa Alternativa, 2007
http://www.stampalternativa.it/libri.php?id=978-88-7226-985-5)
ricevo e volentieri diffondo.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
GLI EROI NON FUGGONO
Una mattina come tante al palazzo di Toyo, tra profumo di pane sfornato e dolci di meringa, venditori di maní seduti all’angolo del corso, bicitaxi che sfrecciano nei vicoli diretti in Centro Avana e un caldo appiccicoso ancora più forte, una cappa che stringe alla gola e non fa respirare. Colpa del buco dell’ozono, dicono. Mia cugina dall’Italia racconta che pure là c’è una temperatura tropicale, oltre quaranta gradi, non si vive senza condizionatore, cose così… e io che l’ascolto come un fesso quando telefona, ché un condizionatore non ce l’ho mai avuto, pure se vivo a Cuba e mi servirebbe davvero. Quando voglio rinfrescarmi vado sul Malecón e faccio un tuffo nell’oceano tra le scogliere, in mezzo a bambini che giocano a farsi schizzare dalle onde e pescatori di frodo che sognano la fuga. Oggi, tanto per cambiare, vado verso il centro, passo da Diez de Octubre, prendo una guagua affollata come sempre, carica di odori e sapori, culi di mulatte che si dimenano e neri che puzzano, ché io mica sono razzista, ma i neri puzzano, c’è poco da fare. Prendo la guagua, dicevo, e scappo sul mare, ché il mare mi fa bene, mi rilassa, e poi magari faccio un bagno, che solo quello posso fare, il mare è a buon mercato, non ho un peso per le tasche e in piscina non mi fanno entrare.
La guagua sferraglia per strade arroventate da un sole cocente, mentre mi sto sciogliendo sotto raggi infernali, sento colare goccioline di sudore lungo la camicetta di cotone, osservo uomini e donne che passano, biciclette che corrono, auto malandate che arrancano tra le buche del selciato. Un mulatto sfoglia il Granma, in piedi, tra uomini e donne appiccicati come sardine, proprio davanti a me. Allungo lo sguardo sui titoli, sempre le solite cose, maledetti imperialisti, non passeranno, la rivoluzione è solida e forte, il comandante in via di guarigione, la tavola rotonda parla di carenza idrica, un mondo migliore è possibile e via di questo passo, niente di nuovo sotto il sole, pure se oggi tocchiamo i quaranta gradi.
“Compagno, leggi solo la parte politica?” domando.
“Hai qualche preferenza?” fa lui ironico.
“I giochi panamericani, ecco, magari se vai alla pagina dello sport leggiamo qualcosa di interessante, forse c’è una notizia nuova, così, tanto per cambiare”.
“Amico, il Granma costa dieci centavos. Non è molto”.
“Per le mie tasche è una spesa folle, compagno”.
Lui sorride e cambia pagina, ché poi mica ci vuole tanto a scorrere il Granma, sono quattro facciate smilze stampate su carta riciclata, inchiostro che si appiccica alle dita, colori sbiaditi e caratteri piccoli per farci stare più cose, pure se sono sempre le stesse panzane. Lo sport è in fondo, insieme alla cultura e all’ultima stucchevole poesia dell’Indio Naborí, che se Guillén leggesse l’opera omnia di questo repentista di regime la distruggerebbe con le sue mani.
“Contento, adesso?” fa il mulatto mostrando una pagina dove campeggia la foto di Fidel sopra un articolo intitolato Il Brasile è il sostituto degli Stati Uniti?
“Mica tanto” rispondo. E scorro il pezzo.
Un giocatore cubano di pallamano ha chiesto asilo politico in Brasile, tradimento per denaro, sostiene Fidel, per giocare in un campionato professionistico e guadagnare. Manca all’appello anche un allenatore di ginnastica, pure lui ha chiesto asilo politico, non vuole tornare a Cuba, nel nostro regno dell’uguaglianza dove tutti hanno secondo le loro necessità, dove non ci manca niente e stiamo per costruire un mondo nuovo, il problema è quando ci riusciremo, ma non dobbiamo avere fretta, la rivoluzione ha trionfato soltanto quarantotto anni fa, serve tempo e soprattutto fede. Due pugili hanno chiesto di restare in Brasile, non si sono presentati alla pesatura, pure loro hanno un destino assicurato come sportivi mercenari al servizio del capitalismo.
“Amico, perché quella faccia? Mariela ha vinto la medaglia d’oro nella maratona…”
“Sì, ho letto” mormoro.
Non c’è nessuna giustificazione per chiedere asilo politico, scrive Fidel, e il popolo di Cuba deve rendere tributo all’esempio eroico di Mariela, nata nella provincia del Granma, dove la mortalità infantile è tra le più basse del mondo. Vero. Eroica Mariela. Eroico Pablo. Eroico Paco. Eroico mulatto davanti a me che mi fai leggere il Granma mentre questa carretta sferraglia lentamente sotto il sole dei tropici. Eroico Alejandro che continua a scrivere racconti camminando per L’Avana senza niente da fare, solo attendere il domani e un identico sole cocente per fare un tuffo nell’oceano tra onde e squali. Eroico Alejandro che non può scappare, non ha le palle di Arturo Sandoval e di tanta gente che se n’è andata per non tornare. Eroico Alejandro che lontano da Cuba non potrebbe vivere, sentirebbe nostalgia pure di questa carretta puzzolente che procede tra le buche d’una capitale in abbandono. Gli eroi non fuggono, restano fedeli a una città perduta, si adattano al quotidiano per sopravvivere, ché motivi per scappare ne avrebbero tanti, ma restano attaccati alla loro terra solo per il terrore della nostalgia.
Alejandro Torreguitart, 23 luglio 2007
Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
Alejandro Torreguitart Ruiz
http://it.wikipedia.org/wiki/Alejandro_Torreguitart_Ruiz
Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, 1979). Suona in un gruppo rock chiamato Esperanza. Ha esordito in Italia con Machi di carta - confessioni di un omosessuale (Stampa Alternativa, 2003) che ha avuto un buon successo di critica e di pubblico. A gennaio 2004 ha pubblicato il romanzo breve La Marina del mio passato (Edizioni Nonsoloparole - Napoli) e a maggio 2005 il romanzo di ampio respiro Vita da jinetera (Il Foglio - Piombino) sul mondo della prostituzione. A giugno 2007 ha pubblicato Cuba particolar - Sesso all’Avana (Stanpa Alternativa), storia di vita quotidiana nella Cuba del periodo speciale tra jineterismo e arte di arrangiarsi. Sono in attesa di pubblicazione: Bozzetti avaneri, una raccolta di racconti che non sono racconti e Mr. Hyde all’Avana, un romanzo fantastico con implicazioni politiche. Alcuni suoi racconti di impronta politico-esistenziale sono stati pubblicati da quotidiani e riviste. Tra questi: Il Tirreno, Il Messaggero, La Comune, Container, Progetto Babele, Il Filo, L’Ostile, Happy Boys. Gordiano Lupi è il traduttore e il titolare per lo sfruttamento dei diritti sulle sue opere in Italia e per l’Europa.
martedì, giugno 26, 2007
DA OGGI DISPONIBILE
Alejandro Torreguitart Ruiz
CUBA PARTICULAR
Sesso all’Avana
Stampa Alternativa - Collana Eretica
Pag. 144 – Euro 10,00
Traduzione di Gordiano Lupi
“Ai tempi di Batista Cuba era il casino degli americani, Adesso è il casino del mondo”, dichiara Isabel, la protagonista di questo romanzo-verità di un giovane eretico scrittore cubano. Isabel, laureata in giornalismo, ha lavorato per Telerebelde al servizio della rivoluzione. Erano gli anni ’70, prima del muro, quando gli yankees non facevano paura e nemmeno i sovietici che avevano “adottato” Cuba. Fidel infondeva passione e coraggio e Isabel si fidava di lui. Fino a che è arrivato il periodo speciale che ha fatto crollare speranze e certezze. A Isabel è rimasta la grande villa dei genitori in un quartiere elegante dell’Avana che lei, per assoluta necessità, ha dovuto trasformare in casa particular, cioè in bordello. Lei si è rintanata in una piccola stanza con figlia e marito e il resto lo affitta ai turisti, padroni di Cuba.
C’è da scommettere che nessuno della schiera dei politici o intellettuali, leader o giornalisti apologeti e ospiti del regime di Fidel Castro, abbia mai frequentato una casa particular. Avrebbe così diradato le nebbie e i fumi della propaganda per toccare con mano le condizioni del popolo. Ma a loro, ospiti del regime, forse del popolo importa poco. All’autore di questo romanzo e all’editore, invece, importa, eccome se importa; e così, c’è da pensarlo, ai tanti lettori che vogliono vederci chiaro.
L’AUTORE
Alejandro Torreguitart Ruiz (L’Avana, 1979). Ha esordito in Italia con Machi di carta – confessioni di un omosessuale (Stampa Alternativa, 2003) che ha avuto un buon successo di critica e di pubblico. Ha pubblicato anche La marina del mio passato (Non solo parole, 2004) e Vita da Jinetera (Il Foglio, 2005).
RECENSIONI
Una prima recensione di Enea Sansi su TELLUSFOLIO
http://www.tellusfolio.it/index.php?prec=%2Findex.php&cmd=v&id=3067
DA QUADERNI RADICALI - EDOARDO CICCHINELLI
http://www.quaderniradicali.it/agenzia/index.php?op=read&nid=15401#
SIMONE COSIMI su EXTRA MUSIC MAGAZINE
http://www.xtm.it/DettaglioLibriDvd.aspx?ID=5669
ELISABETTA BLASI SU TRANSFINITO.IT:
http://www.transfinito.net:80/article.php3?id_article=945
Puoi richiederlo a ilfoglio@infol.it - Euro 12 contrassegno
LO TROVI NELLE MIGLIORI LIBRERIE CHE ESPONGONO IL MARCHIO STAMPA ALTERNATIVA
DISTRIBUZIONE PDE
lunedì, maggio 21, 2007
Con il solito disappunto ascolto intervista a Gianni Minà mentre racconta Cuba e il castrismo come vorrebbe che fosse, senza la minima obiettività storica. Per rendere un buon servizio alla informazione sarebbe interessante far suonare più campane e far parlare i tanti cubani fuoriusciti dall'inferno...
Il mio piccolo libro ALMENO IL PANE FIDEL ha raggiunto la seconda edizione, ma STAMPA ALTERNATIVA non dispone di mezzi mondadoriani per far conoscere la verità al pubblico.
Continueremo a provarci, comunque, con il sostegno dei tanti cubani che soffrono.
Un cordiale saluto
Gordiano Lupi
martedì, marzo 13, 2007
Carlos Franqui
Cuba, la Rivoluzione: mito o realtà?
Memorie di un fantasma socialista
Baldini e Castoldi Dalai – Pag. 630 – E. 19,00
Carlos Franqui compie ottantasei anni e decide di scrivere la sua autobiografia raccontando attraverso la sua vita uno spaccato della storia di Cuba. Ne viene fuori un libro monumentale, a metà strada tra il saggio e il romanzo, scritto con uno stile piano e colloquiale che lo rende accessibile a tutti. Un saggio importante, di cui si sentiva davvero il bisogno, tradotto magistralmente dallo spagnolo da Raul Schenardi. Rendiamo merito a Baldini e Castoldi, editore lungimirante, che contrappone alle ricostruzioni agiografiche di autori “inginocchiati” come Gianni Minà, la verità storica vissuta da un protagonista della Rivoluzione. Peccato che il libro non goda (al momento) della grande pubblicità riservata ai thriller di Giorgio Faletti, ma nutro comunque la speranza che siano in molti a leggerlo. Il saggio si apre con una parte narrativa dove l’autore raccoglie i ricordi della prima giovinezza, vissuta in un paesino dell’oriente cubano, tra galli che cantano, palme altissime, ceibas gigantesche e riti santeri. L’autore matura convinzioni libertarie e condivide gli ideali di José Martí contro la dittatura quando comprende che i padroni dispotici possono fare tutto, mentre ai poveri contadini non è concesso niente. “Sognavo un futuro che mi sottraesse ai mali del presente, un futuro che sarebbe stato possibile vedere grazie agli sforzi e alle lotte”. Franqui si scopre antifascista e antibatistiano, comincia a fare la vita del rivoluzionario clandestino, vende giornali proibiti e segue una profonda voglia di giustizia. Comprende che solo lo studio e la cultura possono trasformarlo in un uomo libero e per questo si iscrive alle scuole superiori. A Santa Clara scopre una città ricca di fermenti rivoluzionari e idee socialiste, tormentata da lotte, scioperi, manifestazioni di protesta, e pervasa da sogni per una vita migliore. Respira libri e cultura, soffre per la morte del padre e si avvicina alle idee comuniste che promettono un cambiamento radicale per le classi sociali più disagiate. Da Santa Clara si trasferisce all’Avana e scopre una città vera, “una festa d’amore, dove si parla e si balla a tempo di son”. Franqui dedica pagine di pura poesia alla descrizione della sua Cuba, racconta con nostalgia i colori della campagna e lo splendore della capitale. Narra che all’Avana decide di dedicare la sua vita a cambiare il mondo per far parte della grande famiglia socialista. Lotta per creare una coscienza sociale, per unire i contadini e per far capire il loro diritto a possedere la terra. Comincia a nutrire dubbi nei confronti del partito comunista quando Batista mette in piedi una pseudo repubblica ma il suo apparato direttivo sostiene il governo. Non comprende il centralismo democratico e certe regole sacre, discute con i dirigenti e rivendica la sua indipendenza. Quando comprende che essere comunisti non significa essere liberi si dissocia dal partito, sa bene che l’anarchia è una splendida utopia, ma non riesce a seguire regole che non condivide. Franqui è affascinato dalla parola “libertà”, la vede come una sorta di mito, un sogno, una fantastica idea, ma ancora non sa che “non può esistere libertà senza democrazia”. Franqui entra a far parte dei rivoluzionari che vogliono far cadere la dittatura di Batista. “Idealizzavamo la rivoluzione, immaginando che sarebbe stata umanista e contraria ai comunisti rispetto al terrore, alla violenza e all’ingiustizia”. Fidel Castro compie l’impresa suicida della caserma Moncada che termina in una carneficina e per questo viene processato. Denuncia i crimini della dittatura ed è condannato a quindici anni di carcere da scontare all’Isola dei Pini, dove scrive La storia mi assolverà. Franqui è sorpreso per la singolare coincidenza di frasi tra Castro e Hitler: il dittatore nazista in Mein Kampf aveva detto la stessa cosa. “In quel momento pensai che sarei sempre stato contro Batista, ma mai con quell’uomo pericoloso che aveva inaugurato la sua missione con un mucchio di cadaveri”, scrive Franqui. Nonostante tutto entra nel Movimento 26 luglio, anche se non ne condivide il militarismo e il caudillismo, ma in quel periodo storico è l’unico modo per ribellarsi a Batista. Dirige Radio Rebelde sulla Sierra Maestra, ma non accetta gradi militari e conserva un ruolo da civile indipendente che lavora per la Rivoluzione. Fidel Castro fa una Rivoluzione trasmessa in televisione e via radio, con il suo carisma seduce l’intero paese e dopo la vittoria dell’esercito ribelle prende i pieni poteri. Non restituisce la Costituzione del 1940, ma promulga una sorta di statuto privo di ogni garanzia, celebra i processi ai batistiani con i tribunali militari e dà il via a una prima orgia di sangue. “Rispondere ai crimini con altri crimini snaturava la Rivoluzione”, scrive Franqui che prende le distanze da Castro, dirige la rivista Revolución e critica tante manovre che non condivide. Secondo Franqui “il sistema castrista supera l’orrore batistiano con un superorrore”. Huber Matos viene condannato a vent’anni di galera per aver dato le dimissioni e non aver condiviso la virata comunista: non la pensa come Castro, quindi è un traditore. Il fido Ramiro Valdés si occupa degli antisociali e inaugura l’orrore delle Umap a Camaguey. Franqui assiste impotente a una sfilata di reclusi omosessuali, hippies e religiosi, nel gulag tropicale circondato di filo spinato. Finiscono dentro gente come Pablo Milanés (oggi affermato cantautore), Osvaldo Payá Sardiñas (oggi guida la dissidenza cattolica) e Jaime Ortega (adesso cardinale). Cuba diventa comunista non per colpa degli Usa, afferma Franqui, ma per volontà di Fidel che è convinto di incarnare la Rivoluzione e di saper fare le scelte migliori per il futuro. Franqui descrive Che Guevara come un ambizioso in cerca di potere e fama, arrogante con i sottoposti che disprezza come esseri inferiori. Il Che è un dogmatico privo di senso della realtà, uno che distrugge l’economia con ricette assurde a base di lavoro volontario e cancellazione di conti bancari. La morte in Bolivia lo trasforma in un eroe romantico alla Byron e fa dimenticare i suoi errori, le sue responsabilità e i suoi insuccessi. Lo trasforma in un mito da indossare sulle magliette e da sfoggiare su enormi cartelloni propagandistici, anche se il suo rapporto con il popolo cubano è sempre stato distante. Il Che subisce il fascino di Castro, nonostante conflitti e divergenze, non lo abbandona mai e alla fine muore in Bolivia, utile al dittatore da morto più che da vivo. Raúl Castro, invece, è l’unico rivoluzionario con un cuore comunista che batte in direzione dell’Unione Sovietica. Franqui ricorda il processo farsa al generale Ochoa, il combattente africano, il vincitore, l’eroe della Rivoluzione, fucilato come narcotrafficante perché Fidel teme la sua leadership. Franqui si dissocia dalla Rivoluzione, è allontanato da Castro e le sue foto scompaiono di colpo, viene cancellato dalle immagini ufficiali, come un vero e proprio fantasma socialista. “L’ingiustizia mi fece diventare rivoluzionario; la tragica esperienza che ho vissuto mi ha insegnato che se la Rivoluzione non era l’unica ingiustizia, era però quella più grande”. Franqui comprende che la democrazia è “l’unico governo cattivo ma possibile” e si convince che il suo sogno rivoluzionario sta morendo tra le braccia dei comunisti. “Non ero nato per diventare né un signor comunista né un signor borghese. Sarei sempre stato uno del popolo, era quello il mio mondo, ma se allora avevo perduto un partito e un ideale, adesso perdevo una Rivoluzione e una patria”. Franqui sceglie la via dell’esilio in Europa, decisione non facile ma coerente per uno scrittore indipendente che vuole raccontare la vera storia della Rivoluzione cubana. Franqui abita in Italia per un lungo periodo, conduce un tenore di vita modesto perché sostiene che “l’efficacia delle azioni di un dissidente sta nella sua moralità”. Nessuno deve poter affermare che le sue parole sono pagate da altri, anche se i soliti giornalisti “inginocchiati” lo dicono lo stesso, ma si squalificano da soli. Franqui contesta l’invasione sovietica della Cecoslovacchia che fa naufragare un tentativo di socialismo dal volto umano, nello stesso periodo conosce Gabriel Garcia Marquez e si accorge che il grande scrittore sudamericano subisce il fascino del potere. Non approva la scelta di Marquez che sceglie di diventare “un romanziere alla corte di Fidel Castro”. Franqui non può stare dalla parte di un dittatore, a lui non importa di subire il confino culturale da parte della sinistra, ma sa bene che le dittature non hanno colore. Il suo giudizio sull’opportunismo politico di Garcia Marquez è duro: “La patente di sinistra consente a Garcia Marquez di possedere una villa, milioni e ricchezze in Colombia, in Messico e a Cuba, conti bancari… ma lui non condanna il narcotraffico che distrugge il suo paese, non denuncia i crimini della guerriglia colombiana e tace su delitti atroci come quello di padre Camilo Torres. Sceglie la zuppa comunista per interesse, tanto la gente dimentica gli errori degli uomini di talento e ricorda soltanto la loro opera”. Franqui prosegue raccontando il suicidio di Haydée Santamaria per protesta contro i fatti del Mariel e l’arresto del poeta Heberto Padilla, colpevole di avere un pensiero difforme da quello di Fidel Castro. Sono episodi tristi che convincono l’autore a dire: “La Rivoluzione cubana è perduta e lo stalinismo - castrismo impone un regime di terrore tipico del mondo comunista”. Franqui fa autocritica e giustifica le sue scelte perché nel 1952 aveva solo l’alternativa rivoluzionaria per combattere la dittatura di Batista. Parte da una Rivoluzione umanista e martiana, viene manipolato e si trova dentro a una Rivoluzione comunista che produce conseguenze mostruose. Cuba è diventata “il regno del terrore e della miseria, una tirannia mascherata da Rivoluzione”. Le cifre parlano da sole. In quarantacinque anni di potere, Castro ha carcerato un milione di persone, oltre due milioni di cubani sono emigrati o hanno scelto l’esilio, decine di migliaia sono stati fucilati. Gli ultimi episodi che sottolineano una volta di più la ferocia del regime accadono nella primavera nera del 2003, che vede settantotto condanne con pene attorno ai venti anni di reclusione per oppositori pacifici, tra cui ventotto giornalisti indipendenti. Castro ha sempre avuto una schiera di giornalisti che lo compiacciono e Franqui definisce molto bene Gianni Minà come “l’inginocchiato”, secondo lui colpevole di aver scritto molte bassezze sul suo conto per eseguire precisi ordini di Fidel. Le conclusioni alle quali giunge Franqui sono sotto gli occhi di ogni visitatore obiettivo che si reca a Cuba. “Castro ha venduto ai peggiori capitalisti stranieri negozi, hotel, spiagge, club, ristoranti, centri di divertimenti, industrie, terreni, rum, tabacco, caffé…”. Ha distrutto perfino l’industria dello zucchero che era il vanto di Cuba e in compenso per i cubani ha nazionalizzato la miseria. Nelle spiagge dell’isola fanno il bagno soltanto i turisti stranieri e Castro impersona un singolare ruolo da capo di Stato prosseneta che incentiva il turismo sessuale. Secondo Franqui “il castrismo è soltanto un’ideologia di potere, una tattica per restare in sella, perché Castro negli anni è stato fedele solo a se stesso”. La Rivoluzione si identifica con lui che ha distrutto la ricchezza e la storia di un’isola per farne una seconda Haiti. Franqui conclude che oggi a Cuba si vive con la sola speranza di fuggire perché la popolazione si vede privata di ogni piacere materiale e spirituale e non è possibile andare avanti senza un briciolo di libertà. La maggioranza dei cubani è contro il potere ma sa bene che lottare per farlo cadere porterebbe soltanto al carcere o alla fucilazione. Il futuro di Cuba, secondo Franqui, vedrà al comando per un breve periodo di tempo Raúl Castro che vorrebbe fare dell’isola una nuova Cina. Il nuovo comandante en jefe parla di libertà economica, controllo politico e nuove relazioni con gli Stati Uniti. Resta il dubbio se sarà libero di attuare questi progetti, visto che Chavez lavora in funzione antistatunitense ed è lui (grazie al petrolio) il maggior azionista del governo cubano. Secondo Franqui è impossibile sostituire un capo come Fidel Castro che non ha preparato la sua successione. Il futuro di Cuba non sarà facile e la sola speranza di cambiamento passa per una rivolta che conduca verso la libertà. Carlos Franqui consegna alla storia un libro unico, fondamentale, oserei dire indispensabile per conoscere tutta la verità sulla Rivoluzione cubana. Leggetelo e fatelo leggere. Ne vale davvero la pensa.
domenica, febbraio 25, 2007
LA LIBRERIA DELL'ARCO VIA RIDOLA 37 A MATERA
In collaborazione con
ASSOCIAZIONE CULTURALE SANTA MARIA DELLA ROCCA
CALCIANO (MT)
Il 4 marzo 2007
INVITA
Presso la Sala Book Shops del
Palazzo Lanfranchi di MATERA
ore 17,00 alla presentazione del libro
ALMENO IL PANE, FIDEL
Cuba quotidiana nel periodo speciale
di Gordiano Lupi, edito da Stampa Alternativa, 2006
Parteciperà Gordiano Lupi, autore del libro
La presentazione sarà curata dal
prof. Gianluca Cappucci
COMUNICATO STAMPA
GORDIANO LUPI A MATERA presenta il suo ultimo libro
ALMENO IL PANE, FIDEL – Cuba quotidiana nel periodo speciale
Edito da Stampa Alternativa- 2006
Il 4 marzo 2007 alle ore 17,00. presso la Sala book shops del Palazzo Lanfranchi di Matera, la Libreria dell’Arco, in collaborazione con l’Associazione Culturale “Santa Maria della Rocca” di Calciano (MT), presenterà il libro dello scrittore Gordiano Lupi, ALMENO IL PANE, FIDEL – Cuba Quotidiana nel periodo speciale- Edito da Stampa Alternativa.
Il libro che ha già raccolto tanto interesse e successo, presentato su RadioRai L’Argonauta e al GR1, approda ora come evento speciale nella città dei Sassi per proporre un’interessante riflessione sulle realtà quotidiane dei cubani, in particolare, intrigante appare quel portare alla luce argomenti, che non interessano i turisti intenti a godersi della bellezza e del divertimento offerto nell’isola di Cuba, ma che sono eticamente dovuti nei confronti di chi, vive nella quotidianità, esigenze anche primarie che non trovano alcun interesse in chi si gode la “felicità dell’isola”.
Il libro ha anche un aspetto socio-antropologico, si parla infatti delle tradizioni, delle superstizioni, della vita in campagna, della scuola, della moda e delle fiabe.
La presentazione di questo libro porterà nella città di Matera, e per la prima volta al sud lo scrittore Gordiano Lupi.
La presentazione del libro sarà curata dal prof. Gianluca Cappucci, storico e saggista.
Matera, 25 febbraio 2007
La Libreria dell’Arco
L’Associazione “Santa Maria della Rocca”
per info su Gordiano Lupi e i suoi libri: www.infol.it/lupi
martedì, febbraio 06, 2007
Mi giunge un dispaccio di agenzia da Bogotà (Colombia). Il cinque febbraio scorso, quarantacinque cubani che lavoravano nei settori sanità e educazione del Venezuela hanno chiesto asilo politico alla Colombia. Tra Venezuela e Cuba è in corso da tempo uno scambio alla pari: petrolio per le necessità economiche dell'isola di Castro e medici, insegnanti e dentisti per la sanità e l'istruzione del Venezuela. Questa volta non tutti i componenti della missione cubana hanno deciso di tornare in patria, preferendo una permanenza in terra colombiana. Questi quarantacinque agenti della Cia sono forse convinti di poter screditare così facilmente i grandi successi della Rivoluzione Cubana? Chiederei un intervento deciso e risolutore da parte di Gianni Minà, Gianni Vattimo, Bianca Pitzorno e magari pure del professor Castronovo. Non si può mica andare avanti così! Passi Huber Matos, il generale Ochoa, tutti i marielitos, i gusanos dei tempi passati... ma se ora gli agenti della Cia si infiltrano anche tra i medici cubani all'estero è un bel guaio per una Rivoluzione che non è mai stata così solida e forte. Attendo una presa di posizione anche da parte del Granma e di Juventud Rebelde. Spero che Cubavision stigmatizzi con decisione questo comportamento altamente controrivoluzionario. I mali di Cuba sono da sempre gli stessi: purtroppo la Cia trova agganci in ogni strato della popolazione. Una volta all'Avana ho conosciuto una jinetera con la tessera della Cia che la dava via gratis sul Malecon solo per gettare fango sulla morale rivoluzionaria. Per fortuna che i cittadini cubani, appresa la triste notizia, si sono riversati sulle piazze agitando cartelli e inneggiando a Fidel. Si sentiva una cantilena strana e ossessiva ripetere: Pan aunque sea Fidel! Pan aunque sea! Cosa vorrà mai dire? A noi interessa poco, comunque, perchè el comandante en jefe Raul Castro ha preso subito la parola per rassicurare il popolo sulle condizioni di salute di Fidel. "Prima che scappino via tutti i medici lo guariremo" ha detto. Roberto Alarcon, visibilmente sudato al suo fianco, ha commentato fra i denti: "Che cazzo di caldo! Governo ladro..."
sabato, gennaio 20, 2007
CUBA DOPO CASTRO
José Hugo Fernández, giornalista indipendente cubano, scrive: “I cubani sono abituati a non godere di nessun diritto. In questo momento non possono neppure avere notizie sullo stato di salute del loro dittatore”. C’è chi dice che Fidel non si fa vedere in pubblico perché non ha più capelli in testa e ha la barba rada. Altri affermano che gli manca la voce, altri ancora sostengono che è in coma irreversibile o che è malato di cancro allo stadio terminale. I più fantasiosi raccontano che sarebbe morto da tempo e gli esponenti del regime attenderebbero il momento propizio per dare la notizia. Di fatto nessuno conosce la verità e allora i cubani danno libero sfogo alla fantasia. José Luis Garcia Sabrido - il medico che ha operato Fidel Castro all’intestino - afferma che il Comandante si sta riprendendo e presto potrebbe tornare a svolgere attività di governo. “Non ha una neoplasia allo stato terminale, come si sente dire da qualche commentatore statunitense” ha concluso. Garcia Sabrido non è il massimo della attendibilità perché sono note le sue simpatie castriste, così come non sono degni di fede i giornalisti statunitensi che attendono come avvoltoi la data della morte.
In questo clima di incertezza i maggiori esponenti politici cubani non parlano di successione e si limitano ad attendere. Raúl Castro è l’erede designato, ma ha settantacinque anni, e non credo possa essere l’uomo capace di traghettare Cuba verso il futuro. Restano personaggi come Carlos Lage, Felipe Pérez Roque e Ricardo Alarcón, che rappresentano quanto di meglio è capace di produrre il Partito Comunista Cubano.
“Fidel è insostituibile. Possiamo portare avanti il suo insegnamento soltanto restando uniti, ciascuno rivestendo il ruolo che gli compete. Il posto di Fidel può essere preso solo dal Partito Comunista Cubano”, ha detto Raúl davanti a migliaia di giovani. Raúl ha approfittato dell’occasione per aggiungere che è arrivato il momento di cedere il passo alle nuove generazioni. Non è un caso, allora, se il congresso del Partito Comunista Cubano ha riesumato nel mese di luglio (mentre operavano Fidel) la Segreteria del Comitato Centrale, organo di governo soppresso nel 1991. La Segreteria comprende dodici membri: i fratelli Castro, un paio di vecchi ideologi del regime e otto persone sotto i cinquant’anni, la seconda e terza generazione della Rivoluzione. Alla morte di Fidel Castro il potere potrebbe passare nelle mani della Segreteria del Comitato Centrale. Per questo motivo sia Perez Roque che Carlos Lage dicono che a Cuba non ci sarà successione ma continuità. Al potere carismatico di quello che è stato un grande protagonista del ventesimo secolo si sostituirebbe il potere della burocrazia. Se le cose stanno davvero così non si prospetta un bel futuro per l’isola caraibica.
A mio parere Fidel Castro, così come hanno fatto i grandi dittatori della storia, eserciterà il potere fino all’ultimo respiro. In questo momento il fratello Raúl è un uomo nelle sue mani, un semplice esecutore della sua volontà che si limita ad ascoltare ed eseguire. Raúl non è capace di esprimere una volontà propria, come non lo ha mai fatto in passato quando la sua opinione era diversa da quella del fratello. Quando Raúl dice che Fidel è insostituibile e che il governo del futuro sarà collegiale, parla perché sa che il fratello lo ascolta. Raúl si comporta ancora da numero due senza personalità propria ed è in virtù di questo atteggiamento che si è mantenuto per tanti anni al governo. Non è un caso se tutti gli altri eroi della Rivoluzione che avevano una personalità spiccata e delle opinioni personali sono stati eliminati, in un modo o nell’altro, da Fidel Castro. Per questo sono convinto che Raúl resta un enigma totale che sarà possibile sciogliere solo dopo la morte dell’ingombrante fratello. Non conosciamo il potenziale politico di un uomo che è sempre vissuto all’ombra di Fidel ed è presto per dire se si muoverà all’interno del solco tracciato o se darà vita a una perestroika cubana verso la democrazia. Le cose da fare sarebbero molte per dare inizio a un effettivo processo di cambiamento, ma alcuni punti sono davvero imprescindibili. Permettere il lavoro por cuenta propria e porre fine alla persecuzione di ogni tipo di iniziativa privata. Mettere al Ministero degli Esteri una persona che rappresenti davvero il paese. Destituire i dirigenti più odiati dal popolo come Juan Escalona e Ricardo Alarcón. Riabilitare persone valide ma cadute in disgrazia sotto Fidel Castro come Carlos Aldana e Humberto Perez. Permettere l’uscita dal paese a tutti coloro che sono obbligati a rimanervi come prigionieri (insegnanti, medici, persone che il regime non vuole far uscire). Abolire il permesso di uscita (la famigerata tarjeta blanca) che limita la libertà di circolazione. Eliminare il permesso di entrata per i cittadini residenti all’estero, che vieta la possibilità di rientrare in patria ai cubani invisi al regime. Rimpiazzare i funzionari incompetenti con tecnici efficienti. Mettere da parte figure storiche incapaci di governare come Almeida, Guillermo García, Machado Ventura, Ramiro Valdés… veri fantasmi del passato. Abbandonare i Comitati di Difesa della Rivoluzione, la Federazione delle Donne Cubane e le Brigate di Risposta Rapida. Liberare i prigionieri politici e di coscienza. Tollerare i dissidenti, permettere un libero scambio di opinioni e un’effettiva libertà di stampa. Lavorare in modo concreto per realizzare un’economia indipendente che risolva i problemi di undici milioni di cittadini cubani. Trattare con gli Stati Uniti la fine dell’embargo.
In poche parole si tratta di portare libertà politica, iniziativa economica privata e diritti civili in un paese che non ha mai conosciuto niente di tutto questo. Mi pare un programma complesso per un uomo di settantacinque anni dotato di scarsa personalità e pochissimo ascendente nei confronti del popolo.
Non è possibile avere certezze sul futuro di Cuba. Di sicuro è eccessiva la fiducia ottimistica in una rapida perestroika cubana, così come sono troppo cupi gli scenari dipinti da qualche commentatore che vede un futuro di violenze e guerra civile. Per il momento è importante continuare a denunciare le cose che non vanno e le limitazioni ai diritti umani. Per esempio è notizia di questi giorni - e in Italia nessuno lo dice - che Reporter senza frontiere assegnerà al giornalista Guillermo Fariñas il Premio Ciberdissidente in prigione. Fariñas è un prigioniero politico che lotta con le armi non violente dello sciopero della fame e cerca di ottenere il libero accesso a internet per i cubani. La sua salute è cagionevole e nei mesi scorsi ha rischiato di morire per attirare su di sé l’attenzione internazionale. In Italia se n’è parlato poco e male. In compenso si preferisce dar credito alla novella raccontata ad arte sul fatto che Reporter senza frontiere sarebbe nel libro paga della Cia. Tutti coloro che si sforzano di far sapere le cose che non funzionano a Cuba prima o poi si trovano cucita addosso questa accusa infamante. Per fortuna che il pubblico legge e si informa e non crede più a una vecchia e monocorde campana che da anni suona sempre la stessa nota.
Gordiano Lupi
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martedì, dicembre 19, 2006
Questo intervento è stato ripreso dal blog Fight & Read Club. www.libri.blog.tiscali.it, a scrivere è un certo Daniele Bas. Lo posto volentieri sul mio blog perchè rispecchia le cose che volevo dire su Cuba.
Sul catalogo di un noto tour operator attivo anche a Cuba si legge: "tutto il bello dell'animazione, tutto il buono della cucina, tutto il piacere dello sport. In qualunque angolo del mondo ti trovi, un nostro villaggio ti farà sempre sentire a casa tua, in compagnia di animatori italiani o che conoscono perfettamente la tua lingua. Viziato da abilissimi cuochi, il più delle volte italiani anch'essi, insuperabili nel proporti ogni giorno i migliori sapori e profumi della cucina mediterranea".
Se quello che vi interessa di Cuba è appunto la cucina mediterranea e la compagnia di animatori italiani, il mio consiglio non può che essere il seguente: non comprate "almeno il pane, Fidel". Il libro di Gordiano Lupi non promuove infatti visite guidate o corsi di diving, ma si addentra nella vita quotidiana di tutte quelle persone che per motivi a noi incomprensibili insistono a vivere fuori dal perimetro recintato dei paradisi all inclusive: i cubani. Dalla piaga della prostituzione al mercato nero, dal problema casa alla scuola, passando attraverso la santeria e i molteplici usi e costumi degli abitanti della "Isla Grande", in maniera semplice e diretta Lupi dipinge un affresco della realtà cubana destinato a far storcere il naso a molti rivoluzionari da salotto.
A detta dell'autore, questo libro sarebbe stato meno recensito rispetto ai suoi lavori precedenti per un certo imbarazzo provocato in alcuni ambienti della Sinistra. Voglio sperare che Lupi in buona fede si sbagli, perché se così fosse la cosa sarebbe estremamente grave. Non si capisce infatti quali imbarazzi debba causare un libro che descrive con estrema linearità situazioni facilmente immaginabili, nonché episodi di violenza comuni a tutte le dittature in tutti i tempi. Dagli abusi della polizia fino alla corruzione dei funzionari, passando per i generi di prima necessità che scarseggiano per il popolo ma non per gli alti papaveri del regime, Lupi fotografa un quotidiano destinato a sfuggire alle videocamere dei turisti europei, troppo occupati a cercare sesso facile e a mortificare l'immagine del Che, mercanteggiata su magliette e cartoline.
Forse a creare imbarazzo sono le esplicite accuse che Lupi lancia a noti esponenti del mondo culturale italiano. Questi ultimi, secondo l'opinione delle scrittore, sarebbero infatti rei di chiudere entrambi gli occhi sulle storture del regime per non dovere ammettere che la rivoluzione socialista è fallita anche nel suo ultimo baluardo. Anche in questo caso spero fortemente che Lupi abbia preso un abbaglio, perché non voglio pensare che le stimate persone da lui citate non siano capaci, magari da sole innanzi allo specchio di casa propria, di riconoscere la differenza tra propaganda e realtà.
Personalmente, non avendo la preparazione culturale di queste persone e non essendo mai stato a Cuba, ritengo giusto fare un passo indietro rispetto a questa diatriba. Questo non per vigliaccheria, ma per non aggiungermi anch'io alla nutrita schiera di "tuttologhi" presenti sul nostro territorio. Una sola cosa credo di poter dire per la mia limitata esperienza di vita, e lo voglio fare a difesa di questo libro e del suo autore. Scorrendo le pagine, entrando nelle vicende personali di persone così distanti da me per lingua e abitudini, ho trovato una incredibile somiglianza con decine e decine di racconti fattimi da uomini e donne dell'est europeo conosciuti in questi anni. I metodi della polizia politica rumena o albanese, o più banalmente i privilegi dei funzionari sovietici rispetto al proprio popolo, sono realtà che ho conosciuto tramite le confidenze di lavoratori e lavoratrici che oggi si guadagnano da vivere nel nostro paese.
Cosa possono dire quindi i detrattori di Lupi circa le storie da lui raccontate, che non sono vere? Ovviamente possono dirlo. Certo che se non sono vere assomigliano terribilmente ad altre storie delle quali trent'anni fa si diceva che non erano vere e che oggi sono ormai parte integrante della Storia con la "S" maiuscola. Per questo invito tutti a leggere questo libro, e a scoprire da soli il perchè di quello strano titolo, "almeno il pane Fidel", che l'autore spiega in un passo che sembra tratto da "1984" di Orwell.
lunedì, dicembre 11, 2006
CUBA, LA SINISTRA E CHI NON VUOL SENTIR RACCONTARE LA VERITA'
Volevo esprimere un certo imbarazzo per il fatto che il mio ultimo libro su Cuba viene segnalato soltanto da commentatori e mezzi di informazione che orbitano nel centro - destra e nell'aria radicale - socialista. Pare che a sinistra si voglia rimuovere il problema di una Cuba priva di libertà, dove per andare in galera basta essere in disaccordo con il regime. Pare che non si possa dire che Fidel Castro è un dittatore e che Cuba è uno Stato di polizia dal quale la gente scappa alla ricerca della libertà. Il mio libro e i precedenti articoli sono costati a mia moglie il divieto di rientrare a Cuba e l'obbligo a rimanere all'estero "illegale" come controrivoluzionaria. Questa cosa nessuno l'ha detta o scritta, a parte i soliti giornalisti di centro - destra e Il Tirreno - cronaca di Piombino. Neppure gli organi di stampa della mia regione hanno commentato l'uscita del libro e la notizia che riguarda la mia famiglia, mentre le mie precedenti pubblicazioni (forse più innocue) sono sempre state recensite. In compenso vedo sbucare da ogni parte promozioni sui libri dei soliti personaggi che raccontano la favola di un regime cubano in sintonia con la popolazione. Ascolto programmi radiofonici dove non comprendo se il comico è un popolare intervistatore che imita un personaggio innamorato di Cuba o il personaggio in questione che ci racconta l'ennesima storiella caraibica. Ne avrei abbastanza. Davvero. Come ne hanno abbastanza i cubani. Se volete promuovere il mio libro potete farlo. Il mio editore è Stampa Alternativa. Non ho i mezzi che Mondadori mette a disposizione degli scrittori panettone, ma Marcello Baraghini è uno che crede nelle cose che pubblica. Da parte mia posso solo dire che questo libro è scritto col cuore. Per Cuba. Per i cubani. Per una vera Rivoluzione.
giovedì, dicembre 07, 2006
Adelphi: un editore che pubblica letteratura
Nel bel mezzo dei libri natalizi e durante la calata degli scrittori panettone mi arrivano a casa due libri importanti come Il rosa Tiepolo di Roberto Calasso e Il libro degli esseri immaginari di Jorge Luis Borges. Sono due opere talmente importanti che io - modesto scrittore di provincia e ancora più microscopico critico - sono in difficoltà a recensire. Mi fa molto piacere incontrare ancora editori come Adelphi che pubblicano grande letteratura, perché ci sono in giro troppi scrittori inutili che parlano di inutilità della letteratura solo per giustificare la loro totale inutilità.
Il rosa Tiepolo è una sorta di biografia del Tiepolo accompagnata da riproduzioni a colori dei suoi principali dipinti. L’attenzione dell’autore si appunta soprattutto sui Capricci e gli Scherzi, trentatré incisioni misteriose che rappresentano efebi, satiri, gufi, serpenti e ritratti di morte. Un libro colto e denso di significati, a metà strada tra il romanzo biografico e la rievocazione storica, ma che può essere letto anche come grande critica d’arte. Impedibile per gli appassionati di pittura italiana del Settecento (ci sono ottanta riproduzioni a colori e in bianco e nero di opere del Tiepolo), ma anche per i curiosi che vogliono scoprire certi misteri legati alla produzione artistica.
Il libro degli esseri immaginari è un’opera del grande scrittore argentino Jorge Luis Borges, padre della narrativa fantastica sudamericana, ma non si tratta di un romanzo, né di una raccolta di racconti. Il libro è una sorta di catalogo di animali prodotti dall’immaginazione dell’uomo e parte da un’idea che a Borges venne nel 1952, durante il suo innamoramento per Margherita Guerriero (la Margot di Altre inquisizioni). Può sembrare un progetto stravagante, ma era una sorta di omaggio che Borges voleva fare a una donna eccentrica, anche se il rapporto con la donna si interruppe prima della fine del lavoro. Il volume venne terminato nel 1954 e uscì tre anni dopo a città del Messico con il titolo di Manual de zoología fantástica. Borges e Margot non si frequentarono per dieci anni, ma nel 1966 si riconciliarono e ripresero a lavorare insieme a una seconda edizione del Manuale, inserendo non solo gli animali fantastici, ma anche gli esseri immaginari. Il volume uscì nel 1967 come El libro de los seres imaginarios presso la Editorial Kier di Buenos Aires. La nuova edizione comprendeva le originarie ottantaquattro voci e trentaquattro brani nuovi di minor valore letterario che completavano il progetto. Nel 1969 questo Manuale subisce una nuova trasformazione grazie al lavoro congiunto tra Borges e Norman Thomas di Giovanni, il suo agente letterario per l’area angloamericana. La nuova edizione del Libro degli esseri immaginari (The Book of Imaginary Beings – New York, 1969) viene arricchita di quattro brani inediti. L’edizione presentata in Italia da Adelphi è più completa rispetto alle precedenti di Einaudi (Manuale di zoologia fantastica, 1962) e di Teoria (Il libro degli esseri immaginari, 1978) ed è l’unica che comprende il lavoro globale di Borges. L’opera è a cura di Tommaso Scarano che ha lavorato con grande cura e rispetto delle fonti, mentre la traduzione è dell’ottima Ilide Carmignani. Il libro degli esseri immaginari è il prodotto adulto degli interessi giovanili di Borges che da bambino aveva compilato una sorta di manuale di mitologia greca. Lo scrittore attinge alla Biblioteca di Lemprière, al mondo della classicità e alle sue letture enciclopediche per realizzare un compendio unico e completo di esseri fantastici. Borges elenca e descrive esseri come l’asino a tre zampe, la fenice cinese, la mandragora, le ninfe, il nesnans, l’ottuplo serpente, il baldanders, il behemot, il drago cinese, gli elfi, il figlio di Leviatano, la lepre lunare e via dicendo. Per ogni essere fantastico riesce a ricostruire le sue derivazioni letterarie e a fare una sorta di descrizione anatomica. Un impedibile manuale per conoscere a fondo l’opera di uno scrittore importante come Jorge Luis Borges.
Gordiano Lupi
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martedì, novembre 14, 2006
Si avvicina il Natale e già la sento nell’aria la calata degli scrittori panettone, tutti pronti ad affollare i talk - show per presentare il niente vestito di carta. Bruno Vespa quest’anno è in ritardo, forse gli manca un presidente del consiglio sponsor del libro, ma state certi che arriva, ho intravisto la copertina sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Ammaniti ha sfornato un bel mattone natalizio e s’è presentato al telegiornale della sera, quello che guardano tutti, una promozione di prima fascia che non si nega a un cavallo vincente targato Mondadori. Tra gli scrittori panettone, Ammaniti è di sicuro il migliore, ché lui quando ci si mette sa scrivere cose abbastanza dure e truci che fotografano la società contemporanea. Magari me lo compro. Un panettone per Natale ci vuole, mica si può fare senza. Uno però. Non esageriamo. Ché qui se corriamo dietro agli scrittori panettone non la finiamo più, ci viene l’ulcera, con tutto il burro e la melassa che mettono in mezzo alle pagine. Giorgio Faletti è l’esempio dello scrittore panettone da evitare, ma tanto lo so che lo comprerete tutti, lui è così simpatico, ci sa fare quando presenta i libri, c’ha sempre la battuta giusta, da bravo cabarettista quale dovrebbe essere e io ancora mica me lo spiego perché non ha continuato a fare soltanto quello. Ho letto un capitolo del suo ultimo libro, che neppure mi ricordo il titolo e nemmeno lo voglio rammentare, sbirciando tra le pagine in autogrill. Ce ne vuole di coraggio per leggere un romanzo così e ce ne vuole di stomaco per riempire le pagine dei giornali con recensioni dedicate a robaccia simile. Tuttolibri una volta era un settimanale serio, parlava di Moravia, Pasolini, Piovene, Brancati, Vittorini, Pavese, Cassola… adesso dedica mezza pagina a Faletti. Il più grande scrittore italiano contemporaneo, l’ha definito Supermarchetta D’Orrico, incensatore di nuovi geni letterari stile Piperno e company. Non è finita qui. Per questo Natale abbiamo anche la new entry Saviano, che pubblica Gomorra seguito da scandalo architettato ad arte con minacce della camorra comprese nel prezzo. Primo in classifica, pure davanti a Faletti, magia del marketing di casa Mondadori. Sotto l’albero non può mancare un Carofiglio, legal thriller all’italiana, tanto in Italia si leggono e si scrivono soltanto gialli e allora dài con l’avvocato indagatore e tutti i suoi ragionevoli dubbi. Carofiglio sbanca il botteghino ché c’ha addirittura due titoli in classifica, i gialli tirano, c’è poco da fare e intanto Sellerio prepara la volata al prossimo Camilleri, aiutato da Fiorello che annuncia la notizia ai microfoni di Viva Radio 2. E poi chi ti rivedo? Susanna Tamaro che è andata dove l’ha portata il cuore, però adesso è tornata in classifica con Ascolta la mia voce, una sorta di pippa - sequel del vecchio successo. Non può mancare Walter Veltroni, panettone romano in salsa diesse, promosso dal partito scrittore di romanzi dopo quella boiata pazzesca di Senza Patricio, ché questo non lo leggo nemmeno se mi pagano. Se passiamo alla saggistica il discorso non cambia. Panettoni in tutte le salse, si salva solo Augias che scrive cose interessanti e conduce trasmissioni garbate, poi è tutto un tritello da macero, a base di scandali gridati stile La grande bugia di Pansa. La narrativa per ragazzi non sta meglio da quando è finita nelle mani di Geronimo Stilton, targato Piemme, il topo più inutile del mondo di carta, i libri peggiori che mente umana abbia mai partorito. E allora per Natale astenetevi dagli scrittori panettone e compratevi un libro targato Adelphi o Guanda, ché magari cascate bene. Cercatevi un classico. Comprate un libro edito da un piccolo editore sconosciuto che ancora cerca la qualità e non fa marketing. Leggete gli scrittori stranieri, ché io ve ne posso consigliare uno gigantesco come Abilio Estévez, autore de I palazzi lontani edito da Adelphi, un editore che fa ancora le cose come si deve e mica c’ha bisogno delle marchette per vendere i libri. Leggete cose diverse da quelle che vi propinano recensori e televisione, anzi non vi fidate proprio dei consigli e fate di testa vostra, ma soprattutto state lontani dagli scrittori panettone, ché dopo letti mica vi lasciano niente. Tutto quel burro, tutta quella melassa… per bene che vi vada vi fanno venire l’acidità di stomaco.
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giovedì, ottobre 26, 2006
Domenica 29 ottobre
TAMTAM ETNOMUSIC
via Mariana 4375 - Calabrina di Cesena (FC)
Tel. 3294967000
SERATA CUBANA
MUSICA, LIBRI E CUCINA
ore 17,00 aperitivo con assaggio di paella cubana e punch cubano alla frutta
ore 18,00 presentazione del libro
ALMENO IL PANE, FIDEL - Cuba quotidiana nel periodo speciale
di Gordiano Lupi, edito da Stampa Alternativa, 2006
Parteciperà Gordiano Lupi, autore del libro
ore 21,00 cena cubana:
arroz congris, puerco asado, yuca, insalada mista, pudin de pan
euro 15,00 (escluso bevande, incluso caffè)
*durante la cena DEGUSTAZIONE di vini cubani (tre rossi e un bianco) con il somellier Josè Antonio Labarcena
ore 22,00 concerto di son tradizionale cubano con i
PUNTO GUAJIRO
martedì, ottobre 03, 2006
E' finalmente uscito un mio libro su Cuba che volevo pubblicare da almeno due anni. Lasciatemi dire che ne vado orgoglioso e che sono molto contento che sia fuori per un editore coraggioso e controcorrente come Stampa Alternativa. Credo che soltanto lui poteva pubblicare un libro come questo che cerca di scoprire tutta la propaganda che si fa intorno a Cuba. Se vi capita di leggerlo ditemi cosa ne pensate. Io vi do le coordinate per trovarlo e vi posto qualche anticipazione.
Gordiano Lupi
ALMENO IL PANE, FIDEL
Cuba quotidiana nel periodo speciale
STAMPA ALTERNATIVA - COLLANA ERETICA
pp. 192 – euro 10,00
ISBN: 88-7226-950-4
Lo trovi a questa pagina di STAMPA ALTERNATIVA
http://www.stampalternativa.it/libri.php?id=88-7226-950-4
Puoi ordinarlo anche a ilfoglio@infol.it
www.ilfoglioletterario.it
Dalla quarta di copertina di Marcello Baraghini: "Quella raccontata in questa anti-guida, non è la Cuba di cui parlano i cucador italiani a caccia di facili avventure erotiche, e nemmeno quella di cui parlano dai loro pulpiti i frequentatori delle stanze del potere e del comando castrista, da Gianni Minà fino a Diego Armando Maradona, fino ai marxisti nostrani da salotto televisivo. È invece Cuba quotidiana, quella del popolo che dovrebbe vivere con una manciata di dollari di stipendio al mese, mentre una lattina di Coca Cola (che, nonostante l’embargo, si trova a ogni angolo di strada) costa un dollaro. Una Cuba vera, reale, indispensabile da conoscere per chi davvero l’ama e intende visitarla, oppure già c’è stato.
“…con los pobres de la tierra
quiero yo mi suerte echar…”
(José Martí da Versos Sencillos, Obras Completas XVI)
GLI ARGOMENTI AFFRONTATI
Fuori dal coro
Il vero volto di Cuba - Appunti di viaggio (luglio 2005)
I problemi quotidiani: La disillusione rivoluzionaria, La santería, più di una religione, La comida , Divertimenti e filosofia, La famiglia, I mezzi di trasporto e crisi energetica, La razza cubana, I rapporti tra sessi, L’omosessualità, La prostituzione, Le fughe, Le case cubane, La spiaggia, Il quotidiano, Giochi di strada, Le fiabe, Polizia e diritti umani, Superstizioni, La vita in campagna, La moda, La scuola, L’informazione.
Intervista a una jinetera
Tra mito e realtà: La triste fine di Salvator Allende, Cuba libre? Solo una bevanda, Cuba si apre ai gay: l’ultima propaganda, Democrazia cubana e modello statunitense, La verità su Cuba, Notizie dalle carceri di Fidel Castro, Una Cuba post comunista, Fidel Castro tra cinema e realtà, Dissidenti e mistificazioni.
SPIGOLATURE TRATTE DAI CAPITOLI DEL LIBRO
Gordiano Lupi
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A Cuba, come dice Carlos Varela, “tutti vogliono vivere nel telegiornale”, luogo virtuale dove va tutto bene, non manca niente e soprattutto non serve denaro.
A Cuba ci sono enormi differenze sociali dettate non dai meriti personali, ma solo dal modo in cui un cubano riesce a inserirsi nei giri più o meno legali del mercato turistico. Tanto per fare un esempio facilmente verificabile, una jinetera (prostituta per turisti) e il suo chulo (protettore) sono due categorie privilegiate, così come accadeva ai tempi di Batista. Il governo ha reso quasi impossibile l’esercizio di ogni attività privata, le imposte sono elevate e devono essere pagate indipendentemente dal giro di clienti che il cubano ha nella sua paladar (ristorante familiare) o nella casa particular (albergo familiare). Oltre all’imposta fissa va pagata una sostanziosa percentuale sugli incassi. Per il cubano l’unica via percorribile resta quella della illegalità e i traffici a margine degli alberghi di Stato sono rigorosamente in nero.
Nel periodo del caso Elián circolavano a Cuba battute di ogni tipo. Tra cubani si soleva dire: “Cuba non avrebbe nessun problema se non fosse per Elián…” accompagnando l’affermazione con un sorriso. Poi tante barzellette, la più simpatica è questa: sono passati venti anni dal rapimento di Elián e c’è un giovanotto con un cartello sul Malecón che grida : “Che facciano ritornare Elián!” (Que devuelvan Elián!). Si avvicina un poliziotto e gli dice: “Ma tu sei indietro nel tempo di almeno vent’anni! Elián è tornato a casa da tanto. Tu piuttosto dammi i documenti e dimmi il tiuo nome”. E il ragazzo continuando ad agitare il cartello: “Il mio nome? Mi chiamo Elián!”.
Da Intervista a una jinetera:
Come ti senti da cittadina cubana nei confronti dello straniero?
Noi cubani veniamo maltrattati ogni giorno. Non possiamo entrare negli hotel, nei ristoranti, nelle spiagge e in tutti quei luoghi dove vanno i turisti che possiedono denaro. Ci calpestano come se fossimo niente, perché siamo cubani e non abbiamo soldi. Ci trattano molto male e io provo una grande rabbia. A volte sento che sono nata in un posto strano perché non vengo rispettata come cittadina, come persona, come donna, come cubana. Vengo discriminata nella mia stessa terra, mi calpestano, mi fanno sentire molto male. Praticamente tutte le leggi promulgante dal governo sono contro i cubani.
UN LIBRO CHE VI FARA' CONOSCERE IL VERO VOLTO DI CUBA, QUELLO MENO IDEOLOGICO E MENO TRANQUILLIZZANTE...
sabato, settembre 23, 2006
Vorrei tornare alla letteratura che piace a me per consigliare un grande romanzo edito da Adelphi, uno dei migliori editori italiani, uno che quando pubbolica narrativa andiamo sul sicuro che è roba buona, roba importante, da invidiare davvero, mica le scritture da supermercato e i best seller un tanto al chilo. Ecco, a chi mi accusa di essere invidioso rispondo che è vero. Invidio i grandi scrittori che producono emozioni, mica parole. E Abilio Estévez è uno di questi. Cavolo quanto lo invidio!
Abilio Estévez - I palazzi lontani - Adelphi – pag. 280 – euro 18,00
Abilio Estévez è nato nel 1954 all’Avana e da alcuni anni vive in Spagna dove scrive opere teatrali, poesie e racconti. Il suo primo romanzo, Tuo è il regno, ambientato nel periodo precedente alla Rivoluzione, è stato pubblicato nel 1997 e l’hanno tradotto in undici lingue. I palazzi lontani credo che avrà lo stesso successo, magari non da noi dove le opere troppo letterarie faticano ad arrivare tra le mani dei lettori. Sono le stranezze del mercato editoriale italiano che dà in pasto al pubblico solo cose facili e romanzetti noir di basso profilo. Sarà per questo che da un po’ di tempo a questa parte leggo molti autori cubani, soprattutto quelli della diaspora che non sono costretti a compiacere nessuno. Mi accorgo che tra di loro ci sono scrittori di alto livello che sanno narrare la disillusione di un popolo e riescono a far sentire viva la sofferenza del quotidiano. Abilio Estévez credo che sia uno degli scrittori più colti e raffinati che mi è capitato di leggere negli ultimi mesi. Descrive L’Avana per pagine e pagine senza mai annoiare e riesce a costruire un capolavoro di tensione narrativa utilizzando uno stile poetico. “Cade sull’Avana quel manto sporco, polveroso, diffuso, di accidia, di tedio, di sconforto che è il tramonto. La notte scura (del corpo e dell’anima). Ogni volta che cala la sera, L’Avana comincia rapidamente a scomparire. Tolgono l’elettricità. La vita sembra sospendersi o si sospende realmente, il tempo si ferma. Rimane solo l’attesa. Le illusioni, quelle poche che rimangono, fuggono”. I personaggi di Estévez sarebbero piaciuti a Borges perché seguono la miglior tradizione latinoamericana e stanno a metà strada tra il realismo e il magico. Victorio, il protagonista, è figlio di un rivoluzionario che gli impone quel nome perché è nato nel giorno dell’attacco al Cuartel Moncada. Victorio non è un castrista convinto come suo padre e affibbia al genitore il nomignolo benevolo di papà Robespierre. Passa la fanciullezza accanto a un amico aviatore soprannominato il Moro, e di lui ricorda soprattutto quando gli diceva che ognuno ha un palazzo nel suo futuro. Basta trovarlo. Gli altri personaggi del romanzo sono Salma, una prostituta per turisti che sogna di fare l’attrice e vorrebbe fidanzarsi con Andy Garcia, e Don Fuco, un pagliaccio surreale che porta la strana coppia in un teatro abbandonato dove per un po’ di tempo vivranno insieme. Il romanzo comincia quando la casa fatiscente di Victorio, descritto come un omosessuale di 47 anni sessualmente poco realizzato, sta per essere demolita. Victorio brucia tutto quello che ha e scappa via da quella abitazione cadente con un libro di Saint-Simon, la fotografia del Moro in aereo e un telo da spiaggia. La parte del romanzo che descrive il suo vagabondare per le strade dell’Avana è stupenda. Victorio attraversa i quartieri più poveri, le strade polverose e dissestate, il lungomare dove i bambini si rincorrono e fanno il bagno. I palazzi lontani sono quei palazzi che Victorio non troverà mai, perché per quelli come lui non c’è un palazzo. Il Moro lo aveva soltanto illuso. Victorio fa parte di quella schiera di persone che soffrono e che non hanno un futuro. Come dice Don Fuco “presidenti, ministri, generali e comandanti in capo vivono in palazzi, con giardini e piscine, si spostano su magnifiche automobili, assaporano i cibi più squisiti”. Il popolo no. Il popolo soffre, “mangia l’orrendo pane quotidiano del negozio statale, che non è pane bensì una povera idea di pane, o vive in casette di legno marcio che filtrano acqua alle prime tre gocce delle piogge estive…”. Un romanzo palpitante e commovente, dove si sente la sofferenza dello scrittore che ha vissuto sulla sua pelle molte disillusioni di Victorio. La traduzione di Barbara Bertoni è ottima, anche se avrei lasciato nella lingua originale espressioni come apagón (visto che black out non è italiano) e jinetera (prostituta per turisti). Responsabilità della traduttrice e del correttore di bozze è anche un uso smodato della forma scorretta sé stesso al posto della corretta se stesso.
sabato, settembre 16, 2006
In memoria di Oriana Fallaci mi pare giusto rispolverare un mio vecchio pezzo di due anni fa che in sede di editing è stato tagliato dal libro NEMICI MIEI. Mi sono sempre piaciuti gli spiriti liberi, le persone non inquadrate e Oriana Fallaci me la sento vicina. Certo, con le debite differenze. Lei era un esempio di grande giornalismo...
Vacanza in Egitto e Oriana Fallaci
Sono stato in Egitto per sette giorni, un po’ di ferie le dovevo fare pure io, ché la banca mi stressa giorno dopo giorno e pure i libri polemici che scrivo mi complicano la vita, c’è un sacco di gente che mi dà dell’editore a pagamento, del paraculo, dell’autore sfigato e via di questo passo. E allora io me ne sono andato in Egitto, ché oggi come oggi posti di mare come Sharm El Sheikh ci va la stessa gente che vent’anni fa frequentava Fregene e Ladispoli, ci posso andare pure io credo. Ma tanto lo so che anche se se vado al mare mica ci sto senza fare niente e allora mi sono portato un po’ di roba da leggere che quella mi manca mai, se i libri fossero fogli da cento euro sarei miliardario. E allora sotto un sole che picchiava duro, roba tipo quaranta gradi all’ombra e si arrostiva che era un piacere, mi sono letto Priapos, l’ultimo Chavarria senza infamia e senza lode che combina trame nere e vita quotidiana. Chavarria non è cubano ma vive all’Avana, si sente che l’aria gli fa bene, ambienta tutti i suoi racconti a Cuba e io li compro solo per questo. Se voi cercate altro ne potete fare pure a meno, credo. Poi c’avevo da finire un librettino su Dracula che mi porto dietro da un po’ di tempo e un giorno o l’altro lo finisco quel libro sui vampiri che m’ha chiesto Luigi Cozzi, per ora leggo e mi documento, poi si vedrà. Qualche dattiloscritto appioppato da gente che vuole pubblicare non se ne poteva fare a meno e allora ho portato pure quelli, ma mica li ho letti. Avevo scelto male. Tutta roba da cestino della carta straccia che poteva fare la felicità di un editore a pagamento. Invece mi sono letto un romanzo con dedica di Vincenzo Spasaro, un fantahorror davvero buono, e alla fine mi sono chiesto come mai pubblicavano la Teodorani e lui invece no, c’ho pensato un pochino e poi mi sono risposto che andava bene così, mica si può spiegare tutto nella vita. Ma in valigia c’era pure un libro che m’aveva prestato Maurizio Maggioni, ché lui le cose polemiche le compra sempre, mica ne può fare a meno. E insomma questo libro che avevo portato era La forza della ragione di Oriana Fallaci, mi sa che non ve l’aspettavate che leggessi roba come quella e invece l’ho letta. Lo confesso che c’ero anch’io tra quelli che avrebbero messo al rogo la Fallaci e che più di una volta l’ho definita una xenofoba guerrafondaia. L’avevo demolita senza aver letto un solo rigo de La forza della ragione, m’ero fidato delle critiche dei detrattori e m’ero adeguato. Adesso invece bisogna che lo dica che m’ero sbagliato e che una cosa da fare mai è proprio quella di criticare senza leggere e verificare, senza prima rendersi conto di persona. Mi sa che adesso cerco La rabbia e l’orgoglio e leggo pure quello, ché per adesso mi sono limitato a qualche estratto pescato su internet. Però m’interessa. M’incuriosisce. E pensare che fino a una settimana fa dicevo: “La Fallaci è razzista e guerrafondaia. Non leggerò mai un suo libro”. Adesso che ho letto La forza della ragione devo ammettere che Oriana Fallaci è prima di tutto una grande giornalista e un’ottima scrittrice. E che sapeva scrivere già lo sapevo dai tempi del liceo quando m’ero letto Lettera a un bambino mai nato e Un uomo e m’erano piaciuti parecchio. Poi la Fallaci s’era messa a fare altro e io di politica me ne interesso poco, pure se qui alle ultime elezioni m’hanno messo in lista coi Verdi e avrò preso due voti se va bene, ma io glielo avevo detto che la propaganda tanto non la facevo che a Piombino nemmeno mi comprano i libri figurati se mi votano. A dire il vero pensavo che la Fallaci avesse perso il ben dell’intelletto, che magari le fosse capitato qualcosa che l’aveva sconvolta e per questo incitava all’odio di razza e alla guerra di religione. Però mi sbagliavo, bisogna proprio che lo dica. La Fallaci mica è Baricco, lei è una che scrive le cose che pensa e che si assume le sue brave responsabilità. La Fallaci ha il coraggio di avere opionioni non politicamente corrette in un mondo dove le opinioni spaventano, soprattutto se sono fuori dal coro. E solo per questo merita rispetto. Poi di qui a dire che sono d’accordo con le cose che scrive ce ne corre, ché le argomentazioni della Fallaci sono in larga parte criticabili, pure se sono ben scritte e documentate a dovere. Se leggi la Fallaci ti fai un ripasso generale delle invasioni arabe e ottomane che per secoli hanno funestato l’occidente. Se leggi la Fallaci ti prende la paura che prima o poi possa accadere di nuovo e ti rendi conto che il pericolo Islam esiste, mica è una barzelletta xenofoba. Dicevo che la Fallaci me la sono letta in Egitto, posto meno adatto non ci poteva essere ché un cameriere dell’albergo leggeva il titolo e mi guardava torvo ogni volta che passava, mi sa che l’ho scampata bella. Me la sono letta e devo dire che le ho dato ragione così tante volte che mi sono sorpreso di me stesso, mica starò diventando razzista, xenofobo e guerrafondaio, mi sono detto, mica starò diventando intollerante, sionista e filoamericano, ho pensato. No, state tranquilli che da certe malattie sono vaccinato, non c’è pericolo che mi prenda il contagio, credo che la colpa sia solo della mia breve esperienza con gli Arabi. In otto giorni di vacanza per le strade di Sharm ho visto solo uomini al bar che bevevano tè e fumavano nargalè. Alcolici manco a parlarne, li vieta il Corano, gli arabi al massimo bevono aranciate, unico lusso consentito. Che tristezza per me che sono abituato a Cuba dove a ogni angolo di strada ti allungano la bottiglia del rum fatto in casa. Nei posti di lavoro le donne non si trovano nemmeno a pagare. Se c’è una festa vedi uomini arabi a caccia di donne occidentali, loro pensano che sono tutte puttane perché vanno in giro mezze nude. Se ci sono danze tradizionali ballano solo gli uomini e le poche donne sono vestite da capo a piedi, ché sta male far vedere le gambe, contentati di una donna a viso scoperto che è pure troppo. Altro non posso dire, conosco poco gli Arabi e otto giorni di vacanza in mezzo al deserto del Sinai non mi permettono di giudicare un popolo. Però da quel che ho visto e sentito mica sarei tanto tranquillo se fossi una donna araba. L’uomo la compra dal padre, può avere quattro mogli, può ripudiare la donna infedele, può malmenarla quando crede e il modo come farlo è codificato in un apposito manuale. Non mi pare poco. Altre cose che ho letto su questa gente mica mi sono garbate tanto, storie di infibulazione per le ragazzine, lapidazione per donne stuprate e disonorate, velo e segregazione per le donne. Ho paragonato quello che scrive la Fallaci con la mia breve esperienza in Egitto e alla fine ho concluso che su molte cose la vedo come lei e per questo motivo non mi sento per niente xenofobo o razzista. Solo che la mia cultura è un po’ come quella della Fallaci, pure io sono un ateo cristiano, non credo in niente ma sono stato allevato secondo certi valori. Non voglio che mi tolgano dalle scuole un crocifisso che è alla base della mia cultura, a Natale voglio il presepe e i canti che ho sentito sin da bambino, a Pasqua voglio l’uovo di cioccolata e la colomba. Non me ne importa niente del loro ramadan, del venerdì festivo e della preghiera scalzi in direzione della Mecca. Voglio i miei campanili e non i loro minareti e penso che abbiamo concesso sin troppo alla cultura islamica in cambio del niente che loro concedono a noi. Provate a presentare un progetto di costruzione di chiese cattoliche in Arabia Saudita e vedete se tornate a casa vivi. In Italia invece le moschee ci sono e la condizione di reciprocità non l’ha mai invocata nessuno, neppure il Papa. Non mi va giù il pericolo di un’invasione culturale islamica, pure perché nel loro caso si tratterebbe d’un ritorno a uno stato confessionale dal quale ci siamo liberati da tempo, altro che cultura. Per questo invito a leggere la Fallaci, magari pure a criticarla ferocemente ché in certi passi se lo merita, però leggetela e vi renderete conto che ne vale la pena. Come dice Lucio Dalla, che non è certo uomo di destra, la Fallaci ha una ricchezza di scrittura e una forza di argomentazione che ricorda Céline. Non possiamo ignorare la Fallaci, come non dobbiamo ignorare Céline, Pound, Evola, non dobbiamo essere uomini di sinistra deboli e bigotti che rifiutano il confronto con idee non politicamente corrette. Oriana Fallaci è una delle intelligenze più lucide e genuine che ancora hanno il coraggio di scatenare dibattiti e discussioni. Meglio una Fallaci da criticare per un eccesso di vigore dialettico che una massa di scrittori inutili che pontificano sul loro ombelico. La Fallaci è filoamericana e filosionista. Io per niente. La Fallaci ce l’ha a morte con la sinistra dei girotondi e dei pacifisti. Io per niente, anzi quando posso manifesto in piazza con loro. Io e la Fallaci la vediamo in modo opposto su quasi tutte le questioni di politica interna ed estera. Invece per quel che riguarda il pericolo di un’invasione culturale islamica devo ammettere che leggere la Fallaci e fare una vacanza in Egitto m’hanno messo addosso non pochi dubbi. Poi la Fallaci la rispetto perché ha il coraggio di andare controcorrente e in un epoca di buonismo poco giustificato ha il coraggio di avere un’idea. Non è poco. Oltretutto se volete fare un corso di giornalismo politico, se leggete la Fallaci imparate parecchio. Dopo magari, se siete gente di sinistra come me, certe cose che dice vi manderanno in bestia e magari le criticate. Ma i libri non li mettete al rogo, ché al rogo le idee non ci vanno messe, pure se fanno male servono a pensare, a porre il problema e a farsi delle domande. E quando avete letto la Fallaci vi consiglio un libro che dice l’esatto contrario, si chiama “L’imperialismo democratico” e l’ha scritto Fabio Giovannini. Magari l’unica cosa che ti fa incazzare è che il libro della Fallaci lo pubblica Rizzoli e te lo sbattono in faccia pure al supermercato mentre compri la frutta e la verdura, invece quello di Giovannini è un’edizione Datanews e sei te che ti devi sbattere per trovarlo. Ma questo è il problema di sempre, ne abbiamo già parlato mi pare. Giovannini non parla del pericolo Islam, lui affronta il pericolo USA e svela la teoria di Bush sul dominio del mondo. Fabio Giovannini è un altro autore da leggere per lo stesso motivo che va letta Oriana Fallaci. Le loro idee sono agli antipodi ma entrambi hanno la caratteristica comune di esporre in modo chiaro e ben argomentato idee pericolose. La Fallaci e Giovannini sono due facce d’una stessa medaglia e descrivono due aspetti d’uno stesso pericolo, quello di essere colonizzati dagli yankees o dai bevitori di aranciate. Detto fra di noi entrambe le prospettive non m’entusiasmano per niente. Se esiste un pericolo arabo esiste pure un pericolo USA e da entrambi ci dobbiamo guardare. Va da sé che io mi sento molto più vicino alle idee di Giovannini che a quelle della Fallaci con tutte le sue invettive antiarabe e filosemite. Però mi piace chi ha il coraggio delle sue idee, pure distanti dalle mie, pure controcorrente. Mi piace leggere cose che fanno pensare e che fanno discutere. Sono le pagine inutili e le veline di partito, i polpettoni alla Bruno Vespa e alla Beppe Savergnini che non m’interessano per niente. Lo scrittore leccaculo è una lettura che non m’appartiene. E purtroppo oggi come oggi la loro razza non è certo a rischio di estinzione. “Il sonno della ragione genera mostri”, diceva Goya. Aveva proprio ragione.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
domenica, settembre 03, 2006
Replica ad articolo comparso su Il Tirreno del 3 settembre 2006 pagina V cronaca di Piombino – La Tribuna “Lupi contro Cuba e Fidel Castro quest’ostilità è incomprensibile” – firmato da Cubarriva “Alta maremma” (Piombino)
Mi vedo costretto a replicare alla lettera firmata da un non identificato Cubarriva “Alta Maremma” che non conosco. Per parte mia preferisco firmare articoli e libri con il mio nome, in modo tale che le opinioni che esprimo e le cose che dico abbiano una paternità dichiarata. Ma ognuno ha il suo stile e comunque non è questa la cosa che più mi preme chiarire. Non è vero che “da un anno a questa parte sto sparando veleni su Cuba e su Fidel Castro”, perché scrivo romanzi, articoli, racconti e reportage su Cuba almeno dal 2000 e li pubblico regolarmente per piccoli editori, su riviste, quotidiani e libri. Da sempre dico su Cuba le stesse cose: denuncio quello che non va all’interno di una società che non ha realizzato le premesse rivoluzionarie. Cuba è una dittatura, uno Stato di polizia dal quale la gente fugge perché non vede un futuro e nel quale nessuno è libero di esprimere la propria opinione, pena la galera o la fucilazione. Raccontare le proprie esperienze sul campo non è “sparare veleni” e tanto meno “diffamare”, ma fare attività giornalistica al servizio della verità storica. “Cubarriva” mi accusa di aver partecipato a un’iniziativa organizzata da Azione Giovani nel comune di Pignataro Maggiore e coordinata dal giornalista Pietro Ricciardi. Rispondo che sono uno scrittore indipendente e che da anni vado a parlare delle cose che scrivo dove mi chiamano senza indagare sul colore politico degli organizzatori. “Cubarriva” dice che “scrivo editoriali contro il governo cubano sul “Secolo d’Italia” e dimentica di aggiungere che i miei articoli su Cuba vengono pubblicati anche da “La Sesia” di Vercelli, dal “Gazetin” di Sondrio, da “Libri Nuovi” di Torino, da “Orizzonti” di Roma, da “La Comune” di Firenze (settimanale di Socialismo Rivoluzionario, non certo un organo di destra) e da Amnesty International. Sono un giornalista indipendente, non ho tessere di nessun partito ed è naturale che pubblico i miei pezzi dove trovo spazio. “Cubarriva” mi accusa di “gettare fango” su Gianni Minà, mentre con il giornalista di “Latinoamerica” c’è stato soltanto uno scambio di lettere in merito a un mio reportage da lui non condiviso. Alla fine ho risposto con un articolo dove mi chiedevo cosa rendesse così cieco Gianni Minà da non accorgersi che a Cuba manca ogni forma più elementare di libertà. “Cubarriva” dice che promuovo fantomatici dissidenti come Alejandro Torreguitart, ma si dimentica che accanto a lui promuovo pure William Navarrete, Raúl Rivero, Ricardo Gonzáles Alfonso, Regis Iglesias Ramírez, Jorge Olivera Castello, Mario E. Mayo Hernández, Omar Moisés Ruiz e Manuel Vásquez Portal. Troppa fatica leggere tutto e documentarsi, certo è molto più facile generalizzare e strumentalizzare soltanto le cose che fanno comodo per colpire l’avversario. Il gioco di “Cubarriva” è abbastanza scoperto e tende a presentarmi come un “fascista opportunista che si è messo dalla parte del più forte”. Niente di più falso. La mia idea politica è sempre stata vicina alla sinistra libertaria rispettosa dei diritti umani e alle ultime elezioni politiche la mia preferenza è andata a Rifondazione Comunista, anche per la sua posizione critica verso la deriva della Rivoluzione Cubana. Sono stato dirigente dell’Associazione Italia Cuba di Piombino, che ho lasciato perché non condividevo certe posizioni filocastriste. A mio parere essere dalla parte di Cuba vuol dire stare dalla parte dei cubani che chiedono un futuro per la loro terra, non certo mettersi dalla parte di chi li affama. Rassicuro “Cubarriva” sul fatto che indosso ancora le magliette con Che Guevara, come porto al petto spille con il volto di José Martí, proprio perché certi personaggi non hanno niente a che vedere con il regime cubano. Un’ultima perla di “Cubarriva” riguarda un libro di due medici piombinesi su Cuba che non avrei letto ma criticato. Vorrei proprio sapere come fa “Cubarriva” a dire che non ho letto quel libro, che in realtà ho letto attentamente ma l’ho giudicato così poco degno di attenzione al punto di non scriverne e di non parlarne su nessuna rivista. Si tratta di un problema di coda di paglia se dicono che “dall’alto del mio pulpito ho sparato critiche negative”? Dovrebbero dirmi in quale sede l’ho fatto, perché se ne ho parlato può essere stato solo a cena con amici… “Cubarriva” poi consiglia a mia moglie di recarsi all’ambasciata cubana per un colloquio chiarificatore e non sa che se mia moglie si presenta in ambasciata rischia di venir rimpatriata d’urgenza, perché le è stato tolto il permesso di residenza all’estero come “politicamente attiva contro il governo cubano”. Mi chiedo come si possa arrivare a giustificare un regime che tratta i suoi cittadini come schiavi e che li terrorizza al punto di impedire la libera espressione delle idee. Concludo dicendo che non sono per niente ostile a Cuba e che la mia posizione su Cuba è simile a quella di Carlos Franqui, Zoe Valdés, Carlo Montaner, Cabrera Infante, Abilio Estévez, Felix Luis Viera, Reinaldo Arenas e molti altri che hanno lottato o stanno ancora lottando per far trionfare sull’isola la libertà. Tra l’altro il mio prossimo libro su Cuba (“Almeno il pane Fidel - Cuba quotidiana”) verrà pubblicato da Stampa Alternativa, che non mi pare proprio un editore di destra.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
giovedì, agosto 31, 2006
La riproduzione del presente articolo è libera e gratuita.
Cuba e gli emigranti obbligati
Un giornalista non dovrebbe mai parlare di casi personali perché rischia di perdere obiettività e di giudicare i fatti con poca serenità. Devo fare un’eccezione perché quello che sta accadendo a mia moglie è la prova della totale assenza di giustizia nel sistema politico cubano. Il teorema di una Cuba non democratica e soprattutto distante dalle regole più elementari di uno stato di diritto è di facile dimostrazione, ma in Italia esistono schiere di irriducibili castristi che non si arrendono di fronte all’evidenza. Come dice un mio amico cubano, i castristi vivono tutti all’estero e soprattutto non devono sopportare le angherie di un sistema politico aberrante.
Veniamo ai fatti, la sola cosa che conta per un cronista.
Ieri pomeriggio - 25 agosto 2006 - arriva una telefonata da Roma a turbare la tranquillità di un pomeriggio estivo. Risponde mia moglie. All’altro capo del filo c’è una voce femminile dal marcato accento caraibico. Si tratta di un’impiegata dell’ambasciata cubana, che prima si informa sulle sue generalità chiamandola compañera, cosa strana dalle nostre parti dove la parola compagno non viene usata neppure durante le Feste dell’Unità.
“È arrivato un avviso urgente dall’Ufficio Emigrazione dell’Avana. Ti danno trenta giorni di tempo per presentarti nei nostri uffici dove avrai notizie precise sulla comunicazione e subito dopo dovrai andare a Cuba”.
“Come mai?” chiede preoccupata mia moglie “Cosa è accaduto di grave?”
“Ti hanno revocato il permesso di residenza all’estero”.
“Dopo otto anni che vivo in Italia? Non comprendo…”
“Per telefono non posso dirti di più. Devi presentarti in ambasciata”.
“Sono incinta. Non posso affrontare un viaggio così lungo e non posso andare all’Avana in questa situazione. Se non potete dirmi niente per telefono me lo comunicherete per scritto” .
“Posso solo dirti che dalla comunicazione risulta che sei attivamente politica contro il governo cubano. Se non ti presenti perdi automaticamente il permesso di residenza all’estero e passi nella categoria emigrante”.
Per chi non è dentro alle stranezze di una dittatura che non concede nessun diritto ai suoi cittadini bisogna dire che essere qualificato come emigrante è la cosa peggiore che può accadere a un cubano che vive fuori dalla sua terra. L’emigrante viene considerato un gusano, come quelli che sono scappati a bordo di una zattera, un antisociale, un controrivoluzionario. Non ha più diritto di entrare a Cuba e se vuole farlo deve chiedere un permesso speciale all’ambasciata. Se il permesso viene concesso, può recarsi a Cuba per far visita ai familiari, ma non ha la certezza di tornare di nuovo all’estero. Va da sé che nessun emigrante entra a Cuba, perché corre il rischio di essere messo sotto torchio dalla polizia del regime e di finire nelle carceri di Fidel Castro.
“Nel mio cuore mi sentivo già emigrante e avevo deciso di non tornare a Cuba. Mi spiace solo che questa situazione diventi una vostra imposizione. In ogni caso non mi presenterò. Fate quello che credete più opportuno. Per fortuna sono cittadina italiana”.
Fine della comunicazione.
Ho voluto scrivere questo pezzo per far capire a chi ancora covasse illusioni sulla bontà del socialismo reale cubano e sulle conquiste rivoluzionarie. La più grande conquista di un cittadino cubano è quella di non avere nessun diritto nei confronti della sua terra. Mia moglie non ha mai espresso pubblicamente opinioni contrarie al regime, non ha mai scritto articoli e rilasciato interviste sulla situazione cubana. Non ha mai fatto politica attiva. In definitiva è lei a pagare per i miei articoli, per i miei libri, per i romanzi di suo cugino Alejandro Torreguitart che mai come adesso non deve far vedere il suo volto e far conoscere la vera identità. Spero solo che tutto questo rappresenti un segnale di debolezza di un nuovo governo che ha perduto il grande carisma del suo leader maximo. Una vera Cuba libera è possibile.
Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi
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